Le fortificazioni in Campania - Istituto Italiano dei Castelli - Sezione Campania

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Fondato da Piero Gazzola nel 1964
ISTITUTO ITALIANO DEI CASTELLI
SEZIONE CAMPANIA
Associato a Europa Nostra
Personalità Giuridica D.P.R. 31.01.1991
Castel dell'Ovo - Napoli
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Le Fortificazioni in Campania - L'epoca antica


Parlare di storia delle fortificazioni in Campania significa guardare ad un arco temporale molto vasto, riferito ad almeno 26 – 27 secoli. Il percorso storico delle fortificazioni è sintetizzabile in periodi a ciascuna dei quali è dedicato un paragrafo.

Per quanto riguarda la colonizzazione Greca, le strutture fortificate più antiche della Campania risalgono all’VIII secolo a.C., realizzate ad opera di Greci, Etruschi e popolazioni dell’Appennino. Tra gli insediamenti fortificati creati durante la fase della colonizzazione costiera, notevoli sono i casi di Cuma, Pithecusai (Ischia), Poseidonia e Velia (Elea). A Cuma, fondata
nell'VIII secolo a.C., alle originarie strutture greche si sono in buona parte sovrapposte le trasformazioni dovute all’ampliamento romano; le mura urbane, il cui andamento è condizionato dalle caratteristiche accidentate del sito, sono realizzate con la tecnica della doppia fodera in blocchi tufacei squadrati ed intercapedine con materiale di riempimento sempre calcareo. L'acropoli era dotata inoltre di capacità difensive autonome, con un proprio duplice circuito murario. Ma la straordinarietà di Cuma deriva dalla presenza dell'opera di avanzata concezione, impropriamente definita “Antro della Sibilla”. Si tratta di una galleria lunga m 140 e larga m 2,50, dotata di tre grandi aperture che si aprono ad intervalli regolari verso il mare.  Ubicata alla congiunzione tra il circuito murario dell'acropoli e quello cittadino, l'opera, con le sue postazioni difensive dotate di macchine belliche, svolgeva un ruolo fondamentale nella protezione della città.
Sul sito costituito da una vasta pianura alla foce del Sele, in posizione leggermente sopraelevata, tra il VII ed il VI secolo a.C. venne realizzato l'insediamento di Poseidonia, con impianto di forma all'incirca rettangolare completamente circondato da una cinta fortificata con torri.  La tecnica di realizzazione delle mura è contraddistinta da due cortine, ognuna di 1,5 m di spessore e realizzata con grossi blocchi parallelepipedi, con riempimento dell'intercapedine costituito da terra e pietrame informe. Il circuito murario, lungo circa 5 km, si presenta intervallato da una serie di torri a pianta quadrangolare emergenti dal profilo delle cortine, a livelli sovrapposti, oggetto alcune di successivi rifacimenti.  Conquistata  nel IV secolo a.C. dai Lucani, Poseidonia divenne colonia romana nel 273 d. C., in coincidenza dell'inizio del fenomeno d'impaludamento della foce del Sele, che progressivamente, nel corso dei secoli successivi, ne avrebbe determinato l’abbandono. Mentre nelle mura di Pompei, tra i più interessanti esempi di impianti difensivi del periodo preromano, è possibile notare la copresenza  di influssi  italici e greci, un altro episodio di  rilievo è la murazione  di Neapolis. Sorta a partire dal V secolo a. C. e rinforzata durante il secolo successivo, la sua articolazione venne fortemente condizionata dalle caratteristiche geomorfologiche dell'area che andò a delimitare. Il tratto di murazione rinvenuto in Piazza Bellini risale al rafforzamento del IV secolo ed è di notevole interesse perché mostra l'evoluzione della tecnica difensiva di quel periodo che si esprime con il  raddoppio, nei tratti più esposti, delle cortine murarie, con opportuni rinforzi trasversali e la creazione di veri e propri capisaldi avanzati (propugnacola). La tecnica delle opere murarie consiste nell'utilizzazione generalizzata di blocchi di tufo di larghezza e spessore omogenei, rispettivamente di circa 80 e 40 cm, mentre la lunghezza di ciascun elemento poteva raggiungere i due metri. La disposizione variava da quella a coltello al posizionamento nel senso della lunghezza. L’espansione dei Sanniti, che sfrutteranno la sconfitta degli Etruschi subita nel 474 a.C. nelle acque antistanti Cuma, determinerà la crisi dei centri costieri della Magna Graecia in Campania. Successivamente la penetrazione romana nel Sannio sarà duramente ostacolata  da questa fiera popolazione con fortificazioni apicali spesso poste a protezione dei valichi. I caratteri del sistema sannita possono riassumersi in due diverse tipologie: la prima si evidenzia con una cerchia muraria continua sommitale, replicata a quota notevolmente più bassa, con funzioni di protezione diretta dell'insediamento. Una seconda tecnica era rappresentata da sbarramenti multipli posti a varie quote, con un sistema di gradoni terrazzati, che costituiranno l'elemento cardine della difesa attiva applicata dalle popolazioni locali nella secolare lotta contro Roma. E' il caso ad esempio di Monte Cila, a Piedimonte Matese.  La tecnica costruttiva è quella poligonale, con conci lapidei di grossissime dimensioni.  Anche a Faicchio (BN), alla base del Monte Monaco, nei pressi del convento di S. Pasquale, vi sono i resti di una fortificazione sannita, di forma triangolare, parte integrante del sistema difensivo di vaste proporzioni ubicato sull'adiacente Monte Acero; qui il circuito delle mura, di impianto all'incirca quadrangolare, si sviluppa per circa 3 km, con un'altezza media di 3,50 m, ed è realizzato con grossi blocchi calcarei ricavati direttamente sul posto.  Come è noto l’organizzazione difensiva imperiale romana era imperniata sui limes posti a difesa dei confini e sugli accampamenti legionari fortificati (castra), mentre la difesa locale all’interno dell’Impero era affidata agli abitanti dei luoghi che eressero una serie di capisaldi di contenute dimensioni più adatti alle esigenze difensive  locali. Va detto inoltre che molte città preromane e romane della Campania mantennero il loro impianto difensivo anche nei primi secoli dell’Impero. Inoltre, soprattutto in epoca tarda, sorsero nuove murazioni a difesa dei centri abitati ormai minacciati dalle incursioni barbariche. In Campania di epoca romana sono le fortificazioni di Alife e Telesia, profondamente diverse per caratteri tipologici l'una dall'altra, di chiara ispirazione al convenzionale modello del castrum la prima, dai caratteri innovativi la seconda, che si distingue per la cinta muraria dall'andamento concavo dei tratti di cortina di collegamento tra le torri.  A Telesia la posizione delle torri, aventi alternativamente sezione circolare e poligonale, permetteva un grado di fiancheggiamento maggiore dell'usuale, consentendo di bersagliare anche le spalle dell'attaccante giunto in prossimità delle mura.  Lo spessore dell'opera continua risulta di poco inferiore ai due metri, realizzata con la tecnica a sacco, con fodere costituite in opus incertum e riempimento con calcestruzzo cementizio. Già prima della caduta dell’Impero i grandi proprietari terrieri iniziarono ad erigere degli agglomerati rurali (villae) circondati da mura, che sarebbero divenuti baluardi di salvezza per essi e per i loro contadini all’indomani delle invasioni barbariche.
Le Fortificazioni in Campania - L'alto medievo


Con la fine dell' assetto territoriale del mondo Romano, già dal IV secolo, e il suo coinvolgimento nella guerra greco-gotica, quando venne assediata Napoli e si combattè lungo le direttrici già evidenziate della valle del Sabato e del Calore, l'area Campana si presenta sostanzialmente come territorio di confine e di confini, e questo portò all'abbandono dei principali centri Romani, in Irpinia ad esempio Abellinum o Aeclanum o Equo Tutico. Con il consolidarsi nel 568 del regno Longobardo (Langobardia minor) intorno al ducato di Benevento, e poi nella sua articolazione tra Capua, Salerno, e appunto, Benevento e successivamente Avellino,  si confermò il ruolo di confine  e di passaggio delle aree appenniniche della Campania, e in particolare del Sannio e dell'Irpinia, che dividevano i territori bizantini della costa adriatica, la Puglia, da quelli del Ducatus di Napoli e nella piana Campana. Questo portò ad un intenso addensarsi di puniti di difesa lungo i nuovi confini interni, che modifica sensibilmente l' assetto romano, fatto di città e di villae rusticae. Dalla dissoluzione dei sistemi urbici romani  nasce il sistema insediativo "a casali", che è ancora ben evidente nel territorio solofrano o nel serinese. o nell' area di Montella. Ad esso va ascritto anche il sistema delle frazioni di Avella, che accompagna sui due versanti l' inoltrarsi della valle verso il passo di Monteforte. Questo sistema insediativo non ha specifico scopo difensivo, come appunto nel caso delle frazioni di Avella (Abella), tuttavia in una lettura a scala maggiore  si dimostra essere un  modello territoriale utile anche a questo scopo, dal momento che la serie ravvicinata dei casali controlla la piana, o i punti elevati, segue i fiumi e i guadi,  accompagna i percorsi dei passi o comunque ne controlla gli accessi. Già ora, intorno cioè al VII secolo e a partire dal IV, si assiste però alla specializzazione militare di nuovi insediamenti posti a quota superiore rispetto alle reti cinematiche romane o agli stessi agglomerati urbani, con funzione di osservazione o difensiva. Alla fine, sarà la complessa vicenda del ducato longobardo di Benevento, la Langobardia Minor (571-1077), della sua frammentazione e della sua relazione con gli altri territori rimasti indipendenti o comunque gravitanti nella sfera dell' Impero Romano d'oriente, a dare stabile connotazione a questi assetti, almeno fino all' età moderna, a partire dalla Divisio ducatus (la cui data viene ancora dibattuta, ma si pone tra l'847 e l'851) Con questo accordo si sancisce la presenza di tre unità amministrative, ducato di Capua, ducato di Salerno e ducato di Benevento, che si aggiunge a quella già esistente e oggetto di continue attività belliche con i territori bizantini, verso le Puglie e verso la costa napoletana. Divengono così territori di confine non solo il crinale appenninico che guardava  la pianura pugliese (Monteverde, Aquilonia ecc.) o quelle penetrazioni vallive delle valli  che costituivano il passaggio tra l' ager campanus, e segnatamente l'agro nocerino-sarnese, e il Principato longobardo. Ma lo divengono anche le linee, prima interne, del Forinese o del Montorese, la Valle Caudina o comunque tutte le valli di confine tra i ducati. Questo  nuovo sistema difensivo si accompagna a quello preesistente e ora confermato, dei gastaldati, le articolazioni amministrative dei ducati longobardi, che in ogni modo si trovano coinvolti in questo lungo stato di belligeranza interna ma anche nel conflitto con il mondo islamico, che aveva ormai conquistato la Sicilia dall' 827, e si era insediato in terra di Bari  e in altre aree, sia pure con brevi episodi.  Questo sistema diffuso di controllo e di difesa del territorio ha comunque alcuni punti di difesa gerarchicamente ordinatori, costituiti da “guardie“, centri in grado di controllare visivamente più o meno vaste porzioni di territorio, come Guardia Lombardi e Montesarchio attraverso la cui relazione visiva i due versanti costieri, tirrenico e adriatico, erano in immediato collegamento visivo. Ancora un ruolo importante hanno le città di pianura, la cui traslazione, come nel caso di Capua o Avellino, avviene più per intercettare flussi economici o cinematici ormai spostatisi con la perdita dell’ Unità Romana e con le nuove polarità longobarde, che per sostanziali esigenze difensive, sebbene nella scelta della nuova ubicazione di Capua nell’ ansa del Volturno il dato della difesa naturale non sia marginale. Le città preesistenti, ancora abitate nonostante lo spopolamento e la traslazione dei siti, si riducono a piccoli centri, difesi entro le strutture romane rimaste, prevalentemente Teatri o Anfiteatri (Capua Vetere. Saepinum ecc) e più tardi torri e rocche.
Il panorama così all’ XII secolo si presenta profondamente trasformato, assumendo però al tempo stesso le caratteristiche dominanti, come ad esempio la vicinanza degli insediamenti e la loro dimensione ridotta.
L’aspetto più importante fu l’abbandono delle pianure e delle aree costiere a favore del ripopolamento delle zone montuose dove da un canto era più facile organizzare la difesa e dall’altro più improbabile era la penetrazione nemica.  In età romana i centri abitati minori, occupati da bassi ceti, erano denominati vici, castella o pagi ed erano privi di difese, mentre i grandi centri urbani (civitates) che raccoglievano le funzioni amministrative e giudiziarie, erano cinti di mura. Il castrum era invece una città collocata su un altura e munita con fortificazioni. Questa organizzazione fu adottata successivamente dai Longobardi, anche se in modo diverso.  Molte  strutture difensive furono distrutte durante le incursioni dei barbari e durante la guerra greco – gotica. Con l’instaurarsi del principato Longobardo si assiste di fatto a una sorta di vero e proprio pre-infeudamento, anticipatore di quanto successivamente avverrà con i normanni. In un primo tempo la realizzazione di costruzioni fortificate non registrò sviluppi significativi ma successivamente, a seguito di controversie tra i vari duchi e contemporaneamente con il sopraggiungere delle incursioni dei saraceni provenienti dalla costa, il territorio beneventano cominciò ad essere disseminato di fortilizi, castelli, torri di difesa ed avvistamento, borghi murati, etc. La dominazione longobarda si contraddistinse quindi  per un elevata frammentazione del potere, che condusse da parte dei signori (conti e gastaldi) all’erezione, nel corso di circa tre secoli,  di numerosi presidi fortificati sul territorio, generalmente localizzati in zone montuose e scoscese. Inoltre alcune villae della Campania si trasformarono progressivamente in castra dando origine ad altri castelli.  Intorno al IX secolo, a causa delle incursioni saracene, la situazione mutò radicalmente: molte antiche opere militari furono ricostruite e quando non fu possibile ripristinare le difese delle città queste vennero abbandonate dagli abitanti che si rifugiarono sui monti dando origine a nuovi centri fortificati. Da un punto di vista tipologico le fortificazioni altomedievali in Campania furono improntate alla essenzialità e semplicità, determinate spesso dalla difficoltà di procurarsi nuovi materiali, cosa che portò frequentemente alla spoliazione degli antichi monumenti romani, come è possibile notare nelle rare strutture fortificate superstiti di quel periodo  che oggi è possibile osservare sul territorio. L’utilizzo della torre, generalmente a pianta quadrata, come elemento di rinforzo difensivo da sempre conosciuto, fu confermato; ad essa vi si addossava a volte un piccolo corpo di fabbrica, destinato ad ospitare la modesta guarnigione ed i viveri, mentre l’intero perimetro difensivo era circondato da un muraglia di esiguo spessore. Va aggiunto poi che la configurazione dell’impianto fortificato fu spesso condizionata dalla morfologia del terreno sul quale andava a sorgere.  La penetrazione longobarda era iniziata sul finire del VI secolo con la conquista di Capua e l’acquisizione, successivamente, dei territori tra il Volturno ed il Garigliano e quindi, del Sannio; Salerno fu conquistata nella prima metà dell’VII secolo:  nel secolo successivo il ducato di Benevento sarebbe arrivato a comprendere trentadue gastaldati. L’integrità territoriale del ducato si sarebbe conclusa a seguito delle lotte tra i Longobardi di Benevento e di Salerno nell’847 con la suddivisione dello stato tra il principato Beneventano e quello Salernitano (che furono sempre in contrasto tra loro). Il primo comprese i gastaldati di Brindisi, Bari, Canosa, Lucera, Siponto, Ascoli, Bovino, Isernia, Boiano, Larino, Biferno, Campobasso e parte di Acerenza, S. Agata, Telese, Avellino ed Alife, il secondo Taranto, Cassano, Cosenza, l’altra metà di Acerenza,  Lucania, Salerno, Conza, Sarno, Cimitile, Capua, Teano, Sora, Laviano, Montella, Rota e Furcula.  Tutte queste località erano fortificate.  Ben presto i Longobardi si trovarono a fronteggiare i Bizantini, che erano riusciti a prevalere sul regno dei Goti. Bisanzio organizzò nel Mezzogiorno un sistema di difesa passiva organizzato su una rete di castra dai quali le guarnigioni fuoriuscivano per improvvise sortite contro il nemico. Le maggiori strutture difensive vennero realizzate lungo la costa pugliese ed in area campana (Napoli, Sorrento, Amalfi, Gaeta). Mentre lungo la costiera amalfitana le popolazioni sfruttarono la protezione naturale dei monti costruendo un sistema di avvistamento e difesa contro le minacce provenienti dal mare il ducato napoletano, comprendente inizialmente la sola città,  iniziò ad ingrandirsi nel VII sec. venendo a comprendere i castra di Patria, Pozzuoli, Cuma, Miseno, Stabia, Sorrento, Atella, Sarno, Nola, Avella, Lattazio, Nocera, le isole di Procida, Nisida ed Ischia. Altro aspetto da considerarsi, come già accennato, è la presenza di colonie saracene che si determinò in area campana prima dell’anno Mille. Particolarmente importanti furono quelle di Minturno ed Agropoli, che costituirono le basi di partenza per frequenti incursioni in Campania, Puglia, Calabria ed Abruzzo. A seguito di queste si svilupparono numerosi insediamenti musulmani che furono covi stabili di pirateria. Nonostante la risposta cristiana all’incursione di Roma dell’846 con la vittoria navale di Ostia, i saraceni riuscirono a trincerarsi ad Agropoli e sul Garigliano continuando per oltre trent’anni ad imperversare con saccheggi e distruzioni.
Le Fortificazioni in Campania - Il Regno


All’arrivo dei Normanni, che inizialmente prestarono i loro servigi come mercenari a bizantini e longobardi costantemente in guerra tra loro, il Meridione era suddiviso tra Bisanzio, che controllava buona parte della Puglia, della Calabria e della Basilicata, i Principati Longobardi di Capua, Benevento e Salerno, i ducati bizantini di Napoli, Amalfi, Sorrento e Gaeta e la Sicilia, sotto il controllo musulmano. Con l’unificazione operata dal  normanni si  realizzò la prima divisione amministrativa del Regno, che fu in parte demaniale ed in parte feudale; il servizio feudale consisteva nella fornitura di un’aliquota di miles ognuno a 20 once d’oro dei redditi prodotti dal feudo. Il Catalogo dei Baroni, comprendente l’elenco di tutti i feudi, si rivela  molto utile per capire l’importanza di ciascuno di essi in rapporto al numero dei armati forniti, oltre a dare una visione dei castelli presenti, molti oggi scomparsi.  L'impianto difensivo di tipo normanno quasi sistematicamente si sovrappone, nei centri di fondazione longobarda, a quello realizzato da questi ultimi, riattandolo ed adeguandolo. Del resto quello della sovrapposizione degli schemi sullo stesso sito di origine è un fenomeno che avrà una durata di almeno quattro secoli e che si concluderà dopo il medioevo, con la dominazione aragonese. Abilissimi nella realizzazione di fortificazioni campali, di sovente usate negli assedi di cui è costellata la storia della loro espansione nel Mezzogiorno, i normanni introducono un modello  di chiara ispirazione nordica, o meglio settentrionale francese, quello della motta, trasponendolo ed adattandolo alla diversa morfologia dei territori sottomessi. Inoltre con Ruggero II, progressivamente all’acquisizione di nuovi territori, furono costruite molte altre torri e castelli. Con l’organizzazione feudale normanna, dall’ XI secolo, si consolida il processo di incastellamento, che è sia difensivo che, soprattutto, di gestione amministrativa e controllo territoriale.
Molte delle aree di confine sono nuovamente interne e questo porta alla perdita della loro specifica funzione difensiva, ma non necessariamente del loro ruolo militare di controllo dei valichi o dei flussi cinematici o infine delle via d’ acqua, o quasi sempre di tutti questi elementi insieme. Il carattere strutturale dell’ organizzazione feudale porta ad una specializzazione del sistema dei casali, ed alla unificazione dei sistemi territoriali, con l’edificazione delle rocche e dei borghi caastellari capaci di contenere armati e di sostenere assedi dando rifugio alla popolazione, ma anche di controllare i territorio agricolo e di costituire tappa per i viaggiatori. Alla Rocca troviamo infatti collegati abitati di piccole dimensioni, intorno a dieci- venti casaline, cinti da mura turrite che alla rocca si ricollegano, capaci di controllare dall’alto  la rete stradale che ora stava riformandosi in funzione delle nuove gravitazioni, più a scala locale e meno legate a Roma, mentre sta ormai emergendo la polarità di Napoli. Lo sviluppo delle città sedi dei principali comites normanni, come Ariano o Avellino o Capua, Aversa o appunto Napoli, Salerno, come Melfi in Basilicata, lega insieme questi due elementi la grandezza della rocca e la qualità della città centro del potere che intorno a questa comunque, come nei centri di minore dimensione, si sviluppa seguendo l’ orografia. Rimane questo un punto specializzato in un sistema insediativo ancora fortemente frammentato, ancora nella forma “ a casali” che non solo non scompare, ma mostra ancora fino al XVIII secolo una forte vivacità, con la continua nascita e abbandono di casali a differente fortuna evolutiva.
Questo sistema ha nella suddivisione territoriale e nella gerarchizzazione feudale il proprio motivo ordinatore e nella identificazione della funzione di governo e di quella difensiva in un unico organismo architettonico e urbano, il Castello, e apre così quella dialettica tra la città e il castello che nel centro Italia avrà significativi effetti nella formazione dei liberi comuni. Nell’Italia meridionale, ormai stabilmente strutturata come Regno unitario con una Capitale, che dall’età angioina sarà definitivamente a Napoli, e dei capoluoghi, risentirà semmai delle dinamiche di formazione di stati feudali analoghi a quelli degli altri regni similari del centro Europa, che però qui non si formano forse proprio per l’ accentuazione statalista e centralizzata che già con Federico II si impone al Regno e che comporta semmai la dialettica tra terre demaniali e terre feudali, e similmente tra castelli demaniali e castelli feudali.
Concreto simbolo del rinnovato potere politico e strumento per la pratica detenzione di esso sulle popolazioni conquistate, l'opera fortificata era adatta a fronteggiare le minacce esterne ed assolveva anche a funzioni abitative del feudatario o cavaliere. L'impianto di tipo centrale, con un'unica grossa torre, a sezione prevalentemente quadrata,  si evolverà per quanto concerne le tecniche costruttive, passando da quelle provvisionali con l'ampio utilizzo di legno e terra  a quelle più stabili, in muratura, proprio in considerazione dei caratteri e delle possibilità offerte dal diverso contesto ambientale entro cui andrà a collocarsi. Espressioni significative di questo periodo sono i dongioni a pianta quadrangolare di Rupecanina, Caiazzo, Pietramelara e Capua in Terra di Lavoro, Ariano Irpino e Cervinara in Irpinia, e gli impianti, a sezione circolare, di Montella e Torella dei Lombardi (AV). Uno dei primi provvedimenti adottati dall’Imperatore Federico II di Svevia dopo la sua incoronazione (1220) previde la completa distruzione di tutti castelli realizzati nel Regno dopo la morte di Guglielmo II, avvenuta nel 1189. A seguito di ciò furono demoliti, tra gli altri, la Rocca Janula presso Cassino ed il castello del Carpinone nella contea del Molise. I feudatari principali consegnarono inoltre all’imperatore alcuni importanti castelli o città posti a controllo di valichi o strade, ad esempio l’abate di Montecassino fu costretto a cedere Atina e Rocca d’Evandro, due elementi strategicamente importanti per il controllo delle due strade che partivano da Cassino. Il conte di Fondi cedette Mondragone, Sessa e Teano. Lo Statutum de Reparatione Castrorum, emanato nel 1231, comprendeva un elenco di strutture (circa 225) classificate Castra e Domus Solaciorum (in numero prevalente le prime); si trattava in gran parte di costruzioni antecedenti all’arrivo dello Svevo, la cui manutenzione venne gestita con la creazione dell’ufficio dei Provisores castrorum. Dei molti castelli imperiali, alcuni, a causa della loro importanza strategica, spesso a protezione dei confini settentrionali del Regno, rimasero sempre sotto il diretto controllo statale; è questo il caso dei due castelli di Napoli, di Ischia, Sora, Rocca d’Arce, Aversa, Capua, Rocca Janula, Fontana Liri, Pico, Lenola, Monticelli e Rocca Janula. Numerose nuove fortificazioni vennero costruite in età sveva, contribuendo alla realizzazione di vere e proprie catene di castelli, secondo una concezione strategica unitaria e preordinata, che attraverseranno in senso longitudinale e trasversale tutto il Regno. Tra queste particolarmente ricca era quella adriatica che comprendeva i castelli di Monte S. Angelo, Manfredonia, Barletta, Trani, Bisceglie, Bari, Brindisi ed Otranto. La Puglia e la Campania erano collegate da una linea interna che comprendeva Lucera, Castel del Monte, Melfi, Lagopesole, Benevento e Napoli. Un’altra linea difensiva si ricongiungeva alla Calabria, allineando i castelli di Bari, Gioia del Colle, Gravina di Puglia, Cosenza, Nicastro, Vibo Valentia e Reggio Calabria. L'architettura militare sveva, succeduta rapidamente a quella normanna, si differenzia da questa innanzitutto per l'impianto diverso, con torri quadrate e più raramente circolari, ai vertici ed in posizione intermedia di uno schema quadrato o rettangolare, anch'esso tutto sommato concettualmente assai semplice. Il modello svevo si distingue per la pressoché totale indipendenza dai caratteri dei luoghi d'impianto, ben diversamente da quanto avveniva per le opere longobarde e normanne. Per quanto concerne le presunte influenze orientali che avrebbero condizionato Federico II nell'adozione di talune scelte progettuali, il modello Teutonico, conseguenza della prolungata permanenza in Germania dell'Imperatore, ben più lunga di quella in Terrasanta, è sicuramente più evidente nei manufatti realizzati. E' indubbio comunque che con l'epoca federiciana anche l'architettura acquisisce caratteri di equilibrio e rigore formale, oltre all'introduzione di alcuni elementi decorativi nella stessa tipologia militare, fattori sostanzialmente assenti in precedenza. Contrariamente a quanto si pensa alcuni interessanti esempi di architettura difensiva di epoca sveva possono oggi ancora individuarsi sul territorio della Campania. In particolare, oltre al castello di S. Agata dei Goti, dove è possibile riconoscere, nonostante le notevoli trasformazioni subite, il caratteristico impianto  svevo, la fortificazione più significativa che si conserva di tale periodo è senza dubbio il castello di S. Felice a Cancello.  La struttura difensiva presenta il canonico impianto quadrilatero con torri a pianta quadrata ubicate ai vertici del perimetro difensivo oltre ad una quinta torre fiancheggiante l'ingresso. Le torri, fuoriuscenti completamente dal filo delle cortine, erano in grado di esercitare non solo con straordinaria efficacia il principio della difesa di fiancheggiamento ma anche, grazie all'inusuale basamento a “sperone”, di eliminare qualsiasi settore defilato. L’antagonismo tra il Papato e l’Impero com’è noto sfociò nel conflitto con gli angioini che prevalsero nel 1266. L'arco temporale della presenza tedesca, che coincide sostanzialmente con quella di Federico II è assai circoscritto, soprattutto se rapportato a quello successivo angioino, che avrà invece una durata di circa 180 anni.  Anche il governo angioino, come era avvenuto con gli Svevi, dovette affrontare le spinte autonomiste dei baroni. Inoltre il periodo della dominazione francese  è caratterizzato per quasi tutta la sua durata dal confronto con gli aragonesi che si insediano in Sicilia nel 1285, ma anche dall'oscura e tormentata fase della contrapposizione fra il ramo originario e quello di Durazzo. La fase della dominazione angioina si contraddistingue inoltre per il rinnovarsi ed il consolidarsi del sistema feudale, infatti Carlo I d’Angiò investì un gran numero di feudatari ai quali concesse città e castelli sottratti ai sostenitori della causa sveva. L’invasione siciliana della Calabria vide la fiera opposizione degli angioini, che utilizzarono a tale scopo le favorevoli condizioni naturali offerte dalle montagne del Cilento; un ruolo essenziale fu giocato anche dalle fortificazioni preesistenti situate in posizioni strategicamente favorevoli. Vanno menzionate per la loro importanza le fortificazioni di Policastro, Roccagloriosa, Torre Orsaia, Castel Ruggero; nelle valli del Lambro e del Mingardo fu fortificato il castello della Molpa posto a dominio di entrambe e del mare; furono potenziate le posizioni di Castelluccio di San Severino e di Castellmmare della Bruca; e poi Castelnuovo, Gioi e Novi, Rocca Cilento, Castelcivita, Roccadaspide, Castel S. Lorenzo, S. Angelo a Fasanella, Corleto Monforte, Laurino. Un’altra direttrice di attacco verso Salerno e Napoli era attraverso il vallo di Diano, la pianura di Paestum e la valle del Sele. Qui c’erano i castelli di Padula, Sala Consilina, Teggiano, Caggiano, Auletta, Capaccio, Altavilla Silentina, che si integravano con quelli, dell’altra linea difensiva, di Campagna, Olevano, Montecorvino, Giffoni, Eboli e Castelvetrano. Salerno era considerata inespugnabile con le sue fortificazioni. Inoltre la costa a nord della città era protetta dalle fortificazioni di Pogerola, Tramonti, Scala e Ravello, mentre un attacco alle spalle di Salerno attraverso una sbarco alle foci del Sarno poteva essere dissuaso dai castelli di Castellammare, Nocera, Sarno, Rocca Piemonte e Mercato S. Severino.
Molto importante fu l’opera di trasformazione ed aggiornamento, in funzione anche dell’evoluzione delle nuove tecniche  di offesa e difesa,  dei vecchi castelli pugliesi effettuata da Carlo I d’Angiò. Notevole fu il contributo, da questo punto di vista, dei protomagister, soprattutto francesi, borgognoni e provenzali, che introdussero nuove linee guide nella progettazione e realizzazione delle opere difensive che si affiancarono, non soppiantandole, alle tradizionali forme delle maestranze pugliesi a servizio degli svevi. Si ricordano in particolare le figure di Riccardo da Foggia, Pierre d’Agincourt e Jean de Toul. A Pierre d’Angicourt si deve la costruzione, nell’intervento angioino a Lucera che ebbe inizio nel settembre del 1270, delle due torri cilindriche denominate “Della Regina” e “Della Leonessa” la prima di diametro ed altezza superiori alla seconda. Il nuovo impianto di queste due torri, diverso da quello fino ad allora adottato, quadrilatero o pentagonale, è stato messo in relazione alla produzione riscontrabile in Francia settentrionale successiva al mastio del Louvre di Filippo Augusto. Particolarmente interessante, nella torre Della Leonessa, quanto resta dell’apparato a sporgere, riferito alle mensole in pietra per il sostegno dell’impalcato ligneo (come a Carcassonne) per la difesa piombante, che da lì a breve sarà abbandonato a favore di quello in  muratura resistente agli incendi.
Il XIV secolo fu caratterizzato da gravi eventi tra i quali si ricordano l’invasione ungherese, le guerre civili, il brigantaggio, il terremoto del 1349 che apportò notevoli danni a molti centri abitati della parte settentrionale del regno. Tutti questi fenomeni influirono negativamente anche sullo stato delle fortificazioni tenute operative dagli svevi e dagli angioini. Si provvide quindi, con Ludovico di Taranto, alla fortificazione dei principali siti in Contado del Molise ed in Terra di Lavoro. Si assistette quindi ad una radicale ricostruzione di numerosi manufatti fortificati, oltre che alla realizzazione di complessi totalmente nuovi. Il modello non poteva, per le nuove architetture fortificate, che essere di ispirazione francese, visto il seguito di maestranze d'oltralpe che accompagnarono il nuovo monarca. I caratteri tipici dell'architettura difensiva, particolarmente in Campania, a partire dalla fine del XIII secolo, consistono innanzitutto in una nuova sezione delle torri, circolare e non più quadrata,  e nell'apparato a sporgere continuo posto alla sommità dell'impianto. Quest'ultimo acquisisce, unitamente al conservarsi di un accentuato verticalismo delle strutture, particolare rilievo per l'esercizio del principio della difesa piombante, tecnica difensiva che si consolida e trova notevole campo di applicazione proprio durante la dominazione angioina. La pronunciata inclinazione verso l'esterno della parte inferiore delle torri, cioè la scarpa, costituisce il naturale complemento del sistema di beccatelli e caditoie posto in alto per garantire la massima efficacia all'applicazione di questa tecnica difensiva, procurando ai proiettili precipitati dall'alto e rimbalzanti poi sul tratto inclinato il massimo della letalità. La scarpa consentiva inoltre di tenere a distanza gli attaccanti, rendendoli più vulnerabili al tiro dei difensori (che a loro volta potevano evitare di sporgersi pericolosamente) e neutralizzare in parte anche l'approccio con scale o torri d'assedio. Infine le fondazioni del manufatto risultavano fasciate e protette opportunamente per parare una nuova minaccia che già a partire dalla fine XIII e inizi XIV secolo comincia a profilarsi e ad indirizzarsi verso di esse: quella delle mine. E' infatti proprio di quel periodo l'acquisizione della polvere nera e la sua quasi contemporanea introduzione sui campi di battaglia soprattutto attraverso le prime rudimentali artiglierie lancianti proiettili di pietra. E' da questo punto di vista che si spiega l'altra grande innovazione dell'architettura difensiva angioina, cioè la sezione circolare delle torri, in grado di offrire la minor superficie d'impatto possibile alle palle in pietra, mitigandone così ulteriormente gli effetti distruttivi, di per sé già piuttosto modesti. E gli esempi oggi su cui poter verificare quanto esposto non mancano certo sul territorio: oltre alla linea delle torri costiere erette durante la guerra del Vespro cui è ascrivibile l'esempio di Castellamare della Bruca, paradigmatici appaiono gli esempi di Castelcivita (Salerno), di Castelnuovo Cilento (Salerno), di Lettere (Napoli) e di Prata Sannita nell'alto Casertano.
Le Fortificazioni in Campania - L'architettura di transizione


Il succedersi di nuovi detentori del potere politico nel Mezzogiorno, a partire dal 1442, precede di poco una fase quanto mai intensa e decisiva per il rinnovamento ed il potenziamento dell'architettura militare del territorio del Regno di Napoli, perfettamente in linea  con la generale tendenza che si manifesterà lungo tutta la penisola, meglio nota come “Transizione”. Tale fase segna il passaggio dalle ormai superate fortificazioni medievali, superamento sentenziato dall'incalzante progresso delle artiglierie,  a nuove fortificazioni in grado di fornire una artiglierie, a nuove fortificazioni in grado di fornire una protezione adeguata. L'iniziale fase di applicazione in campo militare, con la prima serie di artiglierie, le cosiddette “bombarde”, sparanti proietti sferici in pietra, durò piuttosto a lungo. Essa  determinò un ricondizionamento delle difese medievali, che divenivano di fatto vulnerabili a questo nuovo tipo di offesa, soprattutto nelle parti più fragili di cui si componeva la fortificazione cioè le merlature, oltre che per l'altezza eccessiva delle torri e l'esiguo spessore delle cortine murarie. Inoltre apparve subito abbastanza scontato che una superficie curvilinea offriva una area d'incidenza minore all'impatto del proiettile rispetto ad una superficie piana.  Si scoprì inoltre che l'efficacia della soluzione era ancora maggiore se ad essa si associava la scelta di inclinare verso l'esterno la parte inferiore  delle torri, a scarpa, peraltro già in uso. Ciò avrebbe consentito una più alta probabilità di deviare i proiettili che sarebbero stati indirizzati verso quella parte dell'opera difensiva. La parete scarpata acquisiva la nuova funzione di rafforzare staticamente la torre stessa, che cominciava ad ospitare  in sommità bombarde per il fuoco difensivo, consentendo di scaricare al suolo più efficacemente le sollecitazioni impresse alle murature durante lo sparo delle pesanti artiglierie. A tali soluzioni, si associò l'ovvia precauzione di aumentare considerevolmente lo spessore  delle murature delle torri, fino ad arrivare, alla fine del XV secolo, alla tecnica del riempimento totale (è il caso, ad esempio, delle torri della murazione aragonese di Napoli). Infine, la contrazione in altezza delle torri, adottata per ridurne la visibilità alla vista dell'assediante, valse come regola generalizzata anche per i vecchi manufatti, cimati se non addirittura, quando comunque non si riusciva a recuperare un adeguato rapporto altezza – diametro, demoliti.
Se in ogni caso era possibile un adeguamento dei capisaldi dell'impianto difensivo era per contro impossibile applicare lo stesso principio della superficie curvilinea alle cortine di collegamento tra una torre e l'altra. Contemporaneamente però, con l'introduzione delle armi da fuoco di piccolo e medio calibro lungo gli spalti delle cortine difensive stesse oltre che in piattaforma alla sommità delle torri, si assistette ad un evoluzione del principio di difesa ravvicinata che passò da quello   ormai superato, "piombante", a quello cosiddetto “radente” reso possibile proprio dal tiro delle artiglierie difensive. Quest'ultime posizionate oltre che in sommità, anche ad ordini d'altezza inferiori, erano in grado con il loro tiro di “radere” letteralmente lo spazio antistante la fortificazione.  Al tiro radente si associava  quello ben più micidiale di fiancheggiamento esercitato da aperture praticate nei fianchi delle torri, in grado di consentire di bersagliare schiere intere di attaccanti  sul fianco. Nonostante la presenza aragonese sia di breve durata, rimanendo circoscritta a sessanta anni appena, essa è contraddistinta, soprattutto nella sua ultima fase e cioè a partire dal 1480, da una massiccia opera di fortificazione, particolarmente ad opera del Duca di Calabria. La risposta allo smacco di Otranto sarà rappresentata da un grandioso programma di nuove piazzeforti in prevalenza marittime: Taranto, Brindisi, Otranto, Gallipoli, in cui saranno applicati i concetti del senese Francesco di Giorgio Martini e della sua scuola. Tutti gli elementi dell'architettura militare di transizione si leggono perfettamente nella murazione aragonese eretta a Napoli sul lato orientale negli ultimi decenni del secolo XV: essa costituisce una sorta di evoluzione estrema, un canto del cigno, di quel tipo di approccio al problema della difesa.  A dispetto delle pesanti corazze lapidee di cui le torri saranno dotate, la fortificazione rappresenterà un immediato palese anacronismo di fronte alle moderne artiglierie di Carlo VIII.  Le trasformazioni relative al  periodo aragonese  di strutture difensive preesistenti sono tra quelle più diffuse e meglio conservate sul territorio. Sia direttamente sulla costa, si vedano Agropoli, Rocca Cilento,  Castellabate, che all’interno, come è il caso delle poderose fortezze di Teggiano (SA)  e Ariano Irpino (AV).
Le Fortificazioni in Campania - Le Fortificazioni bastionate


Agli inizi del XVI sec., con l'introduzione del bastione,  si attua una vera e propria rivoluzione nel campo della fortificazione.  Sul finire del secolo precedente era apparso ben presto chiaro che la forma circolare delle torri innestate ai vertici degli impianti difensivi non garantiva, come già accaduto per il passato, la totale scomparsa dei settori defilati, ovvero di tratti del perimetro esterno fortificato in cui una volta collocatosi l'attaccante non era possibile più colpirlo. Per eliminare questi settori, in grado di minare significati vamente l'efficacia e l'inviolabilità dell'intera fortificazione, si studiò il sistema di far cambiare forma alla torre, facendola passare da circolare a triangolare, in modo da poter applicare il concetto di tiro “radente” e spazzare la faccia rettilinea del nuovo elemento stando posizionati nel punto di innesto tra il tratto di cortina ed il baluardo precedente. Quasi immediatamente la forma del nuovo baluardo difensivo, oltre alle due facce con il vertice collocato lungo la bisettrice dell'angolo definito dalle due cortine convergenti, acquisì anche due fianchi, ortogonali alle rispettive facce,  oltre ad un lato aperto rivolto verso l'interno del perimetro difensivo, la cosiddetta “gola”. Il bastione comprendeva vari livelli difensivi sovrapposti, costituiti, partendo dal basso, da ambienti coperti (casematte) dotati di varie postazioni, denominate cannoniere,  per piccole artiglierie sui fianchi e per medie artiglierie lungo le facce. Appositi condotti di ventilazione assicuravano l'evacuazione dei fumi derivanti dallo sparo. Il baluardo terminava con un livello superiore, scoperto, dotato di un parapetto con merloni, nell'intervallo tra ciascuno dei quali, era posizionato il pezzo da fuoco. Questo nuovo elemento difensivo, che andava a collocarsi ai vertici del perimetro fortificato in luogo delle torri medievali e dei torrioni cilindrici appartenenti alla fase di transizione, si configurava di fatto come l'elemento cardine di riferimento attorno cui si sarebbero articolati tutti gli aggiornamenti delle tecniche difensive nei tre secoli successivi. Tipica espressione del nuovo sistema, definito “bastionato”, è il forte di Capua.  Questo forte,  con il suo impianto quadrato con bastioni ai vertici rappresenta la tipologia che riscontrerà maggior diffusione sia nel Mezzogiorno che altrove, sostanzialmente per criteri di economicità. Caratteristica peculiare del forte di Capua sono gli assai sviluppati  “orecchioni” , elementi curvilinei di raccordo tra le facce ed i fianchi dei bastioni, destinati a nascondere alla vista dell'attaccante le cannoniere “traditrici” che avevano la funzione di colpire sul fianco il nemico una volta giunto nel fossato. Con il consolidarsi del potere vicereale spagnolo Napoli capitale vede il profondo rinnovamento del suo sistema difensivo, con la realizzazione di una cinta bastionata e l'adeguamento ai nuovi canoni  di Castel Nuovo, Castel dell'Ovo e del Castello del Carmine. Ma l'elemento principe del sistema sarà rappresentato dal nuovo forte eretto sulla collina di S. Martino, ad opera di Luis Escrivà, che con il suo eccezionale impianto stellare allungato a sei punte e per le proporzioni colossali che esso assume, rappresenta un esempio unico del suo genere, un autentico gioiello dell'architettura militare del XVI  secolo.
La lunga fase di guerre che interessò il Regno di Napoli tra la fine dell’ età angioina e lo stabilizzarsi del viceregno spagnolo, durata circa un secolo fino al 1529, comporta la necessità di adeguare anche i sistemi difensivi delle aree interne ad una qualità militare che prevedeva l’ uso delle artiglierie. I luoghi delle guerre sono ancora una volta le valli della dorsale appenninica che collegano le Puglie e la Campania, e sono anche le aree dove la riorganizzazione dei castelli, magari con protobastionature e sempre con nuovi sistemi di torri o con falsebraghe e antemurali, è presente già dalla prima età Aragonese. Sono noti gli esempi delle città principali, Venosa in  Basilicata, ma anche Ariano o Capua già visti in precedenza. La ricerca  e il restauro degli ultimi anni ha portato alla identificazione di sistemi avanzati di difesa lungo i castelli dei principali assi di penetrazione, la valle dell’ Ufita o quella del Fredane, come la falsabraga e le cannoniere del castello di Gesualdo, le cannoniere di quello di Taurasi, tutti indicatori di un aggiornamento dei sistemi difensivi che proprio nella rete castellare a guardia della rete cinematica ha uno dei suoi principali fattori. Inizia così anche una sorta di distinzione tra quei castelli strettamente legati alla gestione di frammenti di territorio e quelli che costituiscono una sorta di trama interna collegata ai punti di accumulazione difensiva, città sedi di truppe e poi città bastionate, che ormai alla metà del XVI secolo comincia ad essere il modello per la difesa dei grandi stati unitari, e quindi anche del Regno di Napoli, con i poli di Gaeta, Capua, L’ Aquila, Pescara. Interessante il caso del castello di Avellino, che mostra i segni di un tentativo di ammodernamento alla metà del XV secolo, interrottosi forse proprio a causa delle distruzioni avvenute durante la guerra per il predominio aragonese e mai più completato.
Va infine citato il sistema difensivo della capitale, che sin dai primi anni dell’ età vicereale sviluppa un sistema di difesa esterno, che integra il sistema dei castelli urbani, ormai tendenti tutti a perdere il carattere castellare, o perché inglobato in sistemi concentrici di cinte bastionate, come solo in parte avvenne e molto più venne progettato per il Castel Nuovo, o perché il loro impianto è di nuova formazione. Agli estremi del golfo vengono rinforzati e bastionati i castelli di Castellammare e di Baia, mentre all’ imbocco si bastionano i castelli delle Isole, Ischia Capri e Procida) Terra Murata) e in generale tutte le cinte murarie del golfo vengono rafforzate.
Le Fortificazioni in Campania - L'abbandono e la trasformazione


Con le trasformazioni legate all’ inserimento del Regno di Napoli nell’ ambito dell’ Impero spagnolo il ruolo della difesa delle aree interne si modifica radicalmente, in particolare dopo le rivolte della nobiltà locale della metà del cinquecento, che portarono all’ esilio della potente famiglia dei Sanseverino e al definitivo asservimento delle principali famiglie feudali del Regno, il cui carattere, in fondo, non era dissimile a quello delle congiure dei Baroni dell’ età Aragonese, rivendicando una sostanziale autonomia alla disaggregazione feudale del territorio, contro la formazione dello stato centralizzato, appoggiato dalle emergenti borghesie, che tale frammentazione, che era anche di dazi e di commerci vedeva come un impedimento. La perdita di funzione difensiva reale, essendosi la difesa del regno spostatasi sulle aree costiere, e il rischio, viceversa, che aree interne fortemente strutturate militarmente potessero costituire un costante pericolo di insurrezione, portarono alla repentina dismissione del sistema castellare. Tra la fine del XVI e la metà del successivo ormai tutti o quasi i castelli hanno perso la loro funzione. Questo avviene secondo differenti modalità, tra cui possiamo identificare sostanzialmente due modelli principali. Il primo consiste nell’ abbandono del castello, posto nel borgo più elevato, e nella traslazione del luogo della residenza aristocratica in un casale di valle. Vengono così costruiti palazzi baronali nei casali, alcuni dei quali sono ampliamenti del borgo castellare verso la pianura, come ad esempio a Mercogliano, altri invece sono trasformazioni dei borghi di valle, o addirittura nuovi abitati, come a Solofra, a Serino, a Forino ( borgo Murate) o a Montella. Il secondo modello è dato dalla trasformazione del castello in residenza signorile, ed è prevalente, con maggiori o minori modificazione dell’ impianto architettonico, è esemplare il caso delle trasformazioni operate dal principe musicista Carlo Gesualdo nell’ omonimo castello. Ad Avellino, dopo una prima fase di trasformazione “ a corte feudale” del suo Castello, nel XVI secolo con Maria de Cardona, si sceglie, con i Caracciolo, di costruire il palazzo baronale in un luogo più strategico per lo sviluppo urbano, a ridosso della porta per Napoli. I borghi castellari in generale perdono importanza, e in taluni casi, come in quelli della parte centrale della media valle del Sabato, rimangono chiusi in un sostanziale blocco evolutivo, senza crescere di dimensioni e specializzati nelle funzioni di residenza della corte aristocratica e limitatamente di controllo del territorio, mentre gli altri casali a valle si sviluppano. Il successo evolutivo e la scelta del modello sono da ritenersi legati alla modificazione degli equilibri insediativi ed alla ricerca di migliore rapporto con la rete cinematica ed i centri maggiori. Di fatto ala metà del seicento ormai la difesa è accentrata nei grandi complessi bastionati del Regno, e i castelli o sono crollati per terremoti o incendi, o sono ormai fastose dimore signorili.
Le Fortificazioni in Campania - Il torreggiamento vicereale


Gli spagnoli, a partire dalla seconda metà del secolo XVI, vararono un organico piano di rafforzamento delle difese costiere incentrato soprattutto sulla costruzione di un sistema di torri (a partire dal 1563, per ordine del vicerè di Napoli Pedro Afan de Rivera) collocate lungo la costa a poca distanza l'una dall'altra, in modo da costituire una catena di piccoli capisaldi che oltre all'avvistamento delle fuste barbaresche potevano assicurare (grazie alle artiglierie di cui erano dotate) una fascia di mare protetta per il cabotaggio commerciale. La necessità di proteggere le coste con tale tipo di presidi scaturì anche per altri stati italiani (Stato Pontificio, Toscana): ne conseguì la costruzione di circa settecento torri sulle coste italiane, di cui quattrocento furono localizzate nel Regno di Napoli.  Sono le torri che ancora oggi si vedono lungo le coste adriatica, ionica e tirrenica. Le caratteristiche architettoniche di tali edifici possono così riassumersi: impianto quadrato e pareti scarpate per l'intero sviluppo verticale,  allo scopo di garantire al manufatto una maggiore stabilità alle sollecitazioni provocate dalle artiglierie durante il tiro. L'accesso alla torre era sopraelevato a livello del piano abitabile, che era costituito da un unico ambiente voltato avente una sup. variabile tra i 20 ed i 30 mq, arredata con un camino dal duplice uso, cucina e riscaldamento; tale ambiente, voltato a botte, costituiva praticamente l'unico spazio interno della torre, con nicchie nei muri utilizzate come armadi, mentre nel basamento era spesso ricavata la cisterna per l'acqua.  All'esterno, in sommità, su ciascuno dei quattro lati, erano posizionate le caditoie, o troniere verticali, in numero generalmente di tre, per la tipologia più diffusa, quella di tipo intermedio, sempre realizzate in controscarpa, e costituenti il coronamento della torre. Tali postazioni difensive erano utilizzate per la difesa ravvicinata della torre, nel caso di assalto diretto, attraverso l'uso di un'artiglieria secondaria di cui la torre era dotata, il cannoncino petriero che, disposto verticalmente all'imbocco di una delle suddette troniere, era in grado di tirare a ritmo sostenuto micidiali scariche di mitraglia fulminando i malcapitati assalitori. Il potere offensivo delle torri era costituito da uno, al massimo due pezzi di artiglieria di medio calibro, per proiettili di peso variabile dalle 2 alle 8 libbre (una libbra c.a 350 g), collocati sulla terrazza, in grado di colpire un'imbarcazione a circa 600 metri di distanza. Una piccola riserva di munizioni era ubicata nelle immediate prossimità dei pezzi. La guarnigione di tali opere era costituita da due, tre uomini, cui era affidato tra l'altro il compito di scrutare continuamente, giorno e notte, l'orizzonte e segnalare eventuali pericoli alla popolazione locale ed alle torri limitrofe.  Il deposito dei viveri era generalmente alloggiato a fianco alla cisterna.
Le Fortificazioni in Campania - Architettura minore fortificata


Accanto alle tipologie di architettura militare più note, quali quelle delle cinte urbiche, dei castelli e delle torri costiere, se ne possono individuare altre,  cosiddette minori, riconoscibili nelle costruzioni di natura frequentemente rurale o abitativa, adattate per secondari scopi difensivi, tutte accomunate dall'essere sorte spontaneamente e per mano privata. Si tratta delle masserie ortificate, delle case forti, delle torri difensive, etc. Costruzioni  erette a partire dall'epoca aragonese, ma soprattutto  nei  secoli  successivi, XVI – XVIII, fino al XIX secolo,  adatte a fronteggiare la minaccia di bassa intensità costituita dalle incursioni dei pirati barbareschi cui si sovrapponeva quella del brigantaggio locale. Le grandi masserie, luoghi di concentrazione delle riserve di grano ed olio, potevano costituire uno degli obiettivi privilegiati da parte delle bande di predoni, per cui la necessità d dotarle di accorgimenti difensivi, per lo più costituiti da garitte ubicate lungo i vertici del perimetro, archibugiere e piccole cannoniere. Le case forti o case torri, costruzioni spesso situate in zone isolate, ma a volte ubicate anche nei centri abitati, erano caratterizzate dall'esigenza di sventare incursioni notturne miranti sovente al rapimento di ricche famiglie a scopo di riscatto; spesso l'elemento difensivo era caratterizzato da una torre di concezione arcaica (si pensi alla concentrazione di torri con funzione abitativa presenti nella penisola sorrentina) a volte inglobata nella struttura residenziale, ma poteva avere anche elementi tipologici diversi, con l'utilizzazione anche qui di garitte difensive. C'erano inoltre le grandi torri erette da potenti famiglie locali, intorno alle quali si raccoglievano nuclei edilizi più o meno consistenti. Queste costituivano la cosiddetta “seconda linea di difesa” (si pensi ad esempio alla Torre dei Franchi a Soccavo, a Torre S. Chiara a Monte Ruscello, oppure a Torre S. Severino a Licola) che integrava la prima linea rappresentata dalle torri vicereali.
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