Le fortificazioni della Campania - Istituto Italiano dei Castelli - Sezione Campania

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Fortificazioni

Breve storia delle fortificazioni in Campania

L'epoca antica
  Parlare di storia delle fortificazioni in Campania significa guardare ad un arco temporale molto vasto, riferito ad almeno 26 – 27 secoli.
Senza alcun dubbio le numerosissime fortificazioni realizzate dai Sanniti nella particolare area montana del massiccio del Matese si configurano come tra  le testimonianze più antiche oggi individuabili nella regione. I caratteri del sistema sannita possono riassumersi in due diversi tipi di approccio al problema della difesa: il primo si evidenzia con una cerchia muraria continua sommitale, una sorta di cittadella, replicata a quota notevolmente più bassa, con funzioni di protezione diretta dell'insediamento. Un secondo approccio è costituito da sbarramenti multipli posti a varie quote, con un sistema di gradoni terrazzati, che costituiranno l'elemento cardine della difesa attiva applicata dalle popolazioni locali nella secolare lotta contro Roma. E' il caso ad esempio di Monte Cila, a Piedimonte Matese. La tecnica costruttiva è quella poligonale, con conci lapidei di grossissime dimensioni.

  Anche a Faicchio (BN), alla base del Monte Monaco, nei pressi del convento di S. Pasquale, vi sono i resti di una fortificazione sannita, di forma triangolare, parte integrante del sistema difensivo di vaste proporzioni ubicato sull'adiacente Monte Acero, una delle più importanti fortificazioni sannite in assoluto. Il circuito delle mura di M. Acero, di impianto all'incirca quadrangolare, si sviluppa per circa 3 km, con un'altezza media di 3,50 m, ed è realizzato con grossi blocchi calcarei ricavati direttamente sul posto.

  Numerosi sono poi gli insediamenti fortificati di epoca greca realizzati durante la fase della colonizzazione costiera, tra cui spiccano, come massime espressioni delle tecniche difensive riferite età classica delle fortificazioni in Campania, le opere di Cuma, Poseidonia e Velia.

  A Cuma, fondata nell'VIII secolo a.C., le mura urbane, il cui andamento è fortemente condizionato dalle caratteristiche piuttosto accidentate del sito, sono realizzate con la tecnica della doppia fodera in blocchi tufacei squadrati ed intercapedine con materiale di riempimento sempre calcareo. L'acropoli era dotata inoltre di capacità difensive autonome, con un proprio doppio circuito murario, che renderanno di fatto la posizione di Cuma pressochè inespugnabile, consentendole di giocare un ruolo di primo piano durante la guerra greco-gotica. Ma la straordinarietà della piazzaforte di Cuma deriva dalla presenza dell'opera avanzata, di modernissima concezione, impropriamente definita “Antro della Sibilla”. Si tratta di una galleria casamattata lunga m 140 e larga m 2,50, dotata di tre grandi aperture che si aprono ad intervalli regolari verso il mare.  Ubicata alla congiunzione tra il circuito murario dell'acropoli e quello cittadino, l'opera, con le sue postazioni difensive dotate di macchine belliche, svolgeva un ruolo fondamentale nella protezione della piazza. Le affinità con le gallerie del castello Eurialo  a Siracusa sono a dir poco notevoli.

  Sul sito costituito da una vasta pianura alla foce del Sele, in posizione leggermente sopraelevata, tra il VII ed il VI secolo a.C., venne realizzato l'insediamento di Poseidonia, completamente lt circondato da una cinta fortificata con torri.  L'impianto
è di forma all'incirca rettangolare. La tecnica di realizzazione delle cortine è contraddistinta da una doppia fodera, ciascuna di 1,5 m di spessore e realizzata con grossi blocchi parallelepipedi, con riempimento dell'intercapedine costituito da terra e pietrame informe. La tecnica di esecuzione delle due cortine è diversa, quella esterna realizzata con blocchi posti in lunghezza, tipicamente greca, mentre l'altra, è di epoca successiva, romana, con blocchi di dimensioni maggiori, disposti alternativamente di testa e di piatto.

  Il circuito murario, lungo circa 5 km, si presenta attualmente intervallato da una serie di torri a pianta quadrangolare emergenti dal profilo delle cortine, a livelli sovrapposti, oggetto alcune di successivi rifacimenti.  Conquistata  nel IV secolo a.C. dai Lucani, Poseidonia divenne colonia romana nel 273 d. C., in coincidenza dell'inizio del fenomeno d'impaludamento della foce del Sele, che progressivamente, nel corso dei secoli successivi, ne avrebbe determinato la fine.

  Di epoca romana sono le fortificazioni di Alife e Telesia, profondamente diverse per caratteri tipologici l'una dall'altra, di chiara ispirazione al convenzionale modello del Castrum la prima, assolutamente originale e dai caratteri innovativi la seconda.

  La singolarità dell'antica Telesia è rappresentata dalla sua cinta muraria dall'originale andamento concavo dei tratti di cortina di collegamento tra le torri. La posizione delle torri, aventi alternativamente sezione circolare e poligonale, in particolare, permetteva
un grado di fiancheggiamento maggiore dell'usuale, consentendo di bersagliare anche le spalle dell'attaccante giunto in prossimità delle mura. I varchi principali nell'intero perimetro difensivo sono tre, oltre ad una serie di ingressi secondari. Lo spessore dell'opera continua risulta di poco inferiore ai due metri, realizzata con la tecnica a sacco, con fodere costituite in opus incertum e riempimento con calcestruzzo cementizio.

  Altro episodio di notevole rilievo è costituito dalla murazione greco-romana di Napoli. Sorta a partire dal V secolo a. C. e rinforzata durante il secolo successivo, a delimitazione della nuova città (Neapolis), la sua articolazione venne fortemente condizionata dalle caratteristiche geomorfologiche accidentate dell'area che andò a circuire. Partendo da S. Aniello a Caponapoli, lungo Villa Chiara e rampa Maria Longo, le opere difensive proseguivano lungo l'attuale via Settembrini, piegando quindi in direzione di Castelcapuano; da qui, con una spezzata, tagliavano il Corso Umberto passando alle spalle di Piazza Nicola Amore, proseguivano ancora con andamento discontinuo fino a Mezzocannone, passavano per palazzo Corigliano e risalivano ancora verso via del Sole ricollegandosi infine a Caponapoli. Il tratto di murazione rinvenuto in Piazza Bellini risale al rafforzamento del IV secolo ed è di notevole interesse perché
mostra l'evoluzione della tecnica difensiva di quel periodo, determinata dal progredire degli strumenti d'assedio, e che si esprime con il frequente raddoppio, nei tratti più esposti, delle cortine murarie, con opportuni rinforzi trasversali e la creazione di veri e propri capisaldi avanzati (propugnacola).  La tecnica di realizzazione delle opere murarie è di scuola greca, con l'utilizzazione generalizzata di blocchi di tufo di larghezza e spessore omogenei, rispettivamente di circa 80 e 40 cm, mentre la lunghezza di ciascun elemento poteva raggiungere i due metri. La disposizione variava da quella a coltello al posizionamento nel senso della lunghezza. La murazione greco – romana di Neapolis , che raggiungeva in alcuni tratti una profondità complessiva di 20 metri, costituì valido ostacolo alle truppe cartaginesi guidate da Annibale.


Longobardi e Normanni
  Con la caduta dell'Impero Romano si apre anche in Italia meridionale un periodo di gr ande instabilità che soltanto dopo alcuni secoli, dopo la sanguinosissima parentesi della guerra greco-gotica, con il prevalere della dominazione longobarda nelle aree interne e di Bisanzio lungo le aree costiere, sembra avere fine.
Al periodo altomediovale è ascrivibile l'episodio fortificato di Sant'Agata dei Goti che sfrutta le caratteristiche naturali del sito - un costone roccioso delimitato dai torrenti Martorano ed Isclero - per la sua difesa.

  Con il ducato longobardo di Benevento e la nuova organizzazione territoriale in gastaldati, si assiste di fatto a una sorta di vero e proprio pre-infeudamento,
anticipatore di quanto successivamente avverrà con i normanni.  In un primo tempo la realizzazione di costruzioni fortificate non registrò sviluppi significativi ma successivamente, con l'instaurarsi di controversie tra i vari duchi e contemporaneamente con il sopraggiungere delle incursioni dei saraceni provenienti dalla costa, il territorio beneventano cominciò ad essere disseminato di fortilizi, castelli, torri di difesa ed avvistamento, borghi murati, etc. A quest'epoca appartiene il circuito delle mura urbiche di Benevento, esempio unico di murazione longobarda pervenutaci pressochè intatta, con torri di forma alternativamente quadrata e circolare. L'aspetto tipico di questo periodo è rappresentato dall'utilizzazione sistematica del materiale di spoglio proveniente dalle locali costruzioni romane civili e religiose. Si determinerà così quell'aspetto eterogeneo ed assolutamente originale che in genere contraddistinguerà la fattura delle fabbriche difensive di quel periodo.

  Tra i numerosi  insediamenti fortificati di fondazione longobarda in Campania si ricordano quello eccezionale della Civita di Ogliara a Serino, Montefredane, Rocca S. Felice, etc. I bizantini d'altro canto, oltre ad insediarsi a Napoli, che fu per un lunghissimo periodo ducato autonomo, realizzarono importanti piazzeforti marittime a Gaeta ed Agropoli, punti di appoggio per i loro dromoni da guerra che, grazie all'utilizzo esclusivo del fuoco greco, solcarono a lungo vittoriosi le acque del Mediterraneo, assicurando la supremazia navale a Costantinopoli.
    
  L'avvento della dominazione normanna (i normanni ottengono una delle prime concessioni territoriali ad Aversa attorno al 1033), si identifica con l'instaurarsi del sistema feudale basato sulla capillarizzazione del controllo del territorio, con il suo
tipico  proliferare di costruzioni fortificate. L'impianto difensivo di tipo normanno quasi sistematicamente si sovrappone, nei centri di fondazione longobarda, a quello  realizzato da questi ultimi, per cui si spiega ampiamente la scarsità di testimonianze altomedievali oggi presenti sul territorio.  Del resto quello della sovrapposizione degli schemi sullo stesso sito di origine è un fenomeno che avrà una durata di almeno quattro secoli e che si concluderà dopo il medioevo, con la dominazione aragonese.  Abilissimi nella realizzazione di fortificazioni campali, di sovente usate negli assedi di cui è costellata la storia della loro espansione nel Mezzogiorno,  i normanni introducono un modello  di chiara ispirazione nordica, o meglio settentrionale francese, quello della motta, trasponendolo ed adattandolo alla diversa morfologia dei territori sottomessi.
    
  Innanzitutto concreto simbolo del rinnovato potere politico e strumento per la pratica detenzione di esso sulle popolazioni conquistate, l'opera fortificata era adatta a fronteggiare le minacce esterne ed assolveva anche a funzioni abitative del feudatario o cavaliere.  L'impianto di tipo centrale, con un'unica grossa torre,  a sezione prevalentemente quadrata,  si evolverà per quanto concerne letecniche costruttive, passando da quelle provvisionali con l'ampio utilizzo di legno e terra  a quelle più
stabili, in muratura, proprio in considerazione dei caratteri e delle possibilità offerte dal diverso contesto ambientale entro cui andrà a collocarsi.  Espressioni significative di questo periodo sono i dongioni a pianta quadrangolare di Rupecanina, Caiazzo, Pietramelara in provincia di Caserta,  e gli impianti successivi, a sezione circolare, di Montella  e Torella dei Lombardi (AV). Il dongione cilindrico di Torella, con pareti completamente verticali come il dongione di Montella, si sviluppava su tre o quattro piani sovrapposti, con cisterna e depositi collocati ai livelli inferiori e locali propriamente abitativi ubicati ai livelli superiori. Vi erano camini, servizi igienici, vani a muro per il deposito degli oggetti. Al quarto piano era collocato il forno per il pane. Il prelievo dell'acqua avveniva dal terzo piano.


Fortificazioni Sveve e Angioine
  L'architettura militare sveva, succeduta rapidamente a quella normanna, si differenzia da questa innanzitutto per l'impianto diverso, con torri quadrate ai vertici di
uno schema quadrato, anch'esso tutto sommato concettualmente assai semplice, di chiara ispirazione al modello del Castellum romano.  Il modello svevo, si distingue per la pressochè totale indipendenza dai caratteri dei luoghi d'impianto,  ben diversamente da quanto avveniva per le opere longobarde e normanne. In epoca sveva vengono erette vere e proprie catene di fortificazioni, secondo una concezione strategica unitaria e preordinata, che attraverseranno in senso longitudinale e trasversale tutto il Regno.  Per quanto concerne le presunte influenze orientali che avrebbero condizionato Federico II nell'adozione di talune scelte progettuali,  il modello Teutonico, conseguenza della prolungata permanenza in Germania dell'Imperatore, ben più lunga di quella in Terrasanta,  è sicuramente più evidente nei manufatti realizzati.

  E' indubbio comunque che con l'epoca federiciana anche l'architettura acquisisce caratteri di equilibrio e rigore formale, oltre all'introduzione di alcuni elementi decorativi nella stessa tipologia militare, fattori sostanzialmente assenti in precedenza.

  Contrariamente a quanto si pensa alcuni interessanti esempi di architettura difensiva di epoca sveva possono oggi ancora individuarsi sul territorio della Campania. In particolare nei castelli di Monteleone a Marano e di S. Agata dei Goti è possibile riconoscere, nonostante le notevoli trasformazioni subite, il caratteristico impianto all'incirca quadrangolare con cortile interno e torri quadrate disposte oltre che ai vertici dell'impianto anche in posizione intermedia.

  Ma la fortificazione più significativa che si conserva di tale periodo, soprattutto per le sue intrinseche valenze difensive, è senza dubbio il castello di S. Felice a Cancello.  La
fortificazione presenta il canonico impianto quadrilatero con torri a pianta quadrata ubicate ai vertici del perimetro difensivo oltre ad una quinta torre fiancheggiante l'ingresso. Le torri, fuoriuscenti completamente dal filo delle cortine, erano in grado di esercitare non solo con straordinaria efficacia il principio della difesa di fiancheggiamento ma anche, grazie  all'inusuale basamento a “sperone”, di eliminare qualsiasi settore defilato.  Ne conseguiva per lo sfortunato attaccante, la completa esposizione al tiro difensivo, per lo più ad opera dei balestrieri.

   Com'è noto, l'arco temporale della presenza tedesca, che coincide sostanzialmente con quella di Federico II è assai circoscritto, soprattutto se rapportato a quello successivo angioino, che avrà invece una durata di circa 180 anni.

   Il periodo della dominazione francese, durante il quale si rinnova e consolida il
sistema di controllo feudale del territorio, è caratterizzato per buona parte della sua durata dal confronto con gli aragonesi che si insediano in Sicilia nel 1285, ma anche dall'oscura e tormentata fase della contrapposizione fra il ramo originario e quello di Durazzo.  Si assiste quindi ad una radicale ricostruzione di numerosi manufatti fortificati, oltre che alla realizzazione di complessi totalmente nuovi, com'è il caso di una delle prime opere in assoluto realizzate dopo l'arrivo di Carlo I d'Angio a Napoli: il Castel Nuovo.

   Il modello non poteva,  per le nuove architetture fortificate, che essere di ispirazione
francese,  visto il seguito di maestranze d'oltralpe che  accompagnarono il nuovo monarca francese.

   I caratteri tipici dell'architettura difensiva, a partire dalla fine del XIII secolo, consistono innanzitutto in una nuova sezione delle torri, circolare e non più quadrata,  e l'apparato a sporgere continuo posto alla sommità dell'impianto. Quest'ultimo acquisisce, unitamente al conservarsi di un accentuato verticalismo delle strutture,  particolare rilievo per l'esercizio del principio della difesa piombante, principio che si consolida e trova il suo massimo campo di applicazione proprio durante la dominazione angioina.

   La pronunciata inclinazione verso l'esterno della parte inferiore delle torri, ovvero la scarpa,  costituisce il naturale complemento del sistema di beccatelli e caditoie posto in alto per garantire la massima efficacia all'applicazione di questa tecnica diffensiva,
procurando ai proiettili precipitati dall'alto e rimbalzanti poi sul tratto inclinato il massimo della letalità.  La scarpatura  consentiva inoltre di tenere a distanza gli attaccanti, rendendoli più vulnerabili al tiro dei difensori (che a loro volta potevano evitare di sporgersi pericolosamente),  e neutralizzare in parte anche l'approccio con scale o torri d'assedio.  Infine le fondazioni del manufatto risultavano fasciate e protette opportunamente per parare una nuova minaccia che già a partire dalla fine XIII e inizi XIV secolo comincia a profilarsi e ad indirizzarsi verso di esse: quella delle mine. E' infatti proprio di quel periodo l'acquisizione della polvere nera e la sua quasi contemporanea introduzione sui campi di battaglia soprattutto attraverso le prime rudimentali artiglierie  lancianti proiettili di pietra.  E' da questo punto di vista che si spiega l'altra grande innovazione dell'architettura difensiva angioina, cioè la sezione circolare delle torri, in grado di offrire la minor superficie d'impatto possibile alle palle in pietra, mitigando così ulteriormente gli effetti distruttivi, di per sé già piuttosto modesti, di queste ultime.

   E gli esempi oggi su cui poter osservare quanto esposto non mancano certo sul territorio: oltre alla linea delle torri costiere erette durante la guerra del Vespro cui è ascrivibile l'esempio di Castellamare della Bruca, paradigmatici appaiono gli esempi di Castelcivita (Salerno), di Castelnuovo Cilento (Salerno), di Lettere (Napoli) e di Prata Sannita nell'alto Casertano.


L'Architettura di transizione
  Il succedersi di nuovi detentori del potere politico nel Mezzogiorno, a partire dal 1440, precede di poco una fase quanto mai intensa e decisiva per il rinnovamento ed il
potenziamento dell'architettura militare del territorio del Regno di Napoli, perfettamente in linea  con la generale tendenza che si manifesterà lungo tutta la penisola, meglio nota come “transizione”.  Tale fase segna il passaggio dalle superate fortificazioni medievali, superamento sentenziato dall'incalzante progresso delle artiglierie,  a nuove fortificazioni in grado di fornire una protezione adeguata. L'iniziale fase di applicazione in campo militare, con la prima serie di artiglierie, le cosiddette “bombarde”, sparanti proietti sferici in pietra, durò piuttosto a lungo. Essa   determinò un ricondizionamento delle difese medievali, che divenivano di fatto vulnerabili a questo nuovo tipo di offesa, soprattutto nelle parti più fragili di cui si componeva la fortificazione cioè le merlature, oltre che per l'altezza eccessiva delle torri e l'esiguo spessore delle cortine murarie.Inoltre apparve subito abbastanza scontato che un prospetto curvilineo offriva una area d'incidenza minore all'impatto del proiettile rispetto ad una superficie piana.  Si scoprì inoltre che l'efficacia della soluzione era ancora maggiore se ad essa si associava la scelta di inclinare verso l'esterno la metà inferiore della parete delle torri, a scarpa. Ciò avrebbe consentito una più alta probabilità di deviare i proiettili che sarebbero stati indirizzati verso quella parte dell'opera difensiva.  La  parete scarpata acquisiva la nuova funzione di rafforzare staticamente la torre stessa, che cominciava ad ospitare  in sommità bombarde per il fuoco difensivo, consentendo di scaricare al suolo più efficacemente le sollecitazioni impresse alle murature durante lo sparo dei pezzi. A tali soluzioni, si associò l'ovvia precauzione di aumentare considerevolmente lo spessore  delle murature delle torri, fino ad arrivare, alla fine del XV secolo, alla tecnica del riempimento totale (è il caso, ad esempio, delle torri della murazione aragonese di Napoli). Infine, la contrazione in altezza delle torri, adottata per ridurne la visibilità alla vista dell'assediante, valse come regola generalizzata anche per i vecchi manufatti, cimati se non addirittura, quando comunque non si riusciva a recuperare un adeguato rapporto altezza – diametro, demoliti.

  Se in ogni caso era possibile un adeguamento dei capisaldi dell'impianto difensivo era per contro impossibile applicare lo stesso principio della superficie curvilinea alle cortine di collegamento tra una torre e l'altra. Contemporaneamente però, con l'introduzione delle armi da fuoco di piccolo e medio calibro lungo gli spalti delle cortine difensive stesse oltre che in piattaforma alla sommità delle torri, si assistette ad un evoluzione del principio di difesa ravvicinata che passò da quello descritto in precedenza, ormai superato, "piombante",  a quello cosiddetto “radente” reso possibile proprio dal tiro delle artiglierie difensive. Quest'ultime posizionate oltre che in sommità, anche ad ordini d'altezza inferiori, erano in grado con il loro tiro di “radere” letteralmente lo spazio antistante la fortificazione.  Al tiro radente si associava  quello ben più micidiale di fiancheggiamento esercitato da aperture praticate nei fianchi delle torri, in grado di consentire di bersagliare schiere intere di attaccanti  sul fianco.

  Nonostante la presenza aragonese sia di breve durata, rimanendo circoscritta a sessanta anni appena, essa è contraddistinta, soprattutto nella sua ultima fase e cioè a partire dal 1480, da una massiccia opera di fortificazione, particolarmente ad opera del Duca di Calabria. La risposta allo smacco di Otranto sarà rappresentata da un grandioso programma di nuove piazzeforti in prevalenza marittime: Taranto, Brindisi, Otranto,
Gallipoli, in cui saranno applicati i concetti del senese Francesco di Giorgio Martini e della sua scuola. Tutti gli elementi dell'architettura militare di transizione si leggono perfettamente nella murazione aragonese eretta a Napoli sul lato orientale negli ultimi decenni del secolo XV: essa costituisce una sorta di evoluzione estrema, un canto del cigno, di quel tipo di approccio al problema della difesa.  A dispetto delle pesanti corazze lapidee di cui le torri saranno dotate, la fortificazione rappresenterà un immediato palese anacronismo di fronte alle moderne artiglierie di Carlo VIII.

  Proprio le opere con i caratteri del  periodo aragonese sono tra quelle più frequentemente diffuse e meglio conservate sul territorio. Sia direttamente sulla costa, si vedano Agropoli, Rocca Cilento,  Castellabate, che leggermente verso l'interno, come è il caso delle poderose fortezze di Teggiano e Vairano Patenora.


Fortificazioni bastionate
  Agli inizi del XVI sec., con l'introduzione del bastione,  si attua una vera e propria rivoluzione nel campo della fortificazione.

  Sul finire del secolo precedente era apparso ben presto chiaro che la forma circolare delle torri innestate ai vertici degli impianti difensivi non garantiva, come già accaduto per il passato, la totale scomparsa dei settori defilati, ovvero di tratti del perimetro
esterno fortificato in cui una volta collocatosi l'attaccante non era possibile più colpirlo. Per eliminare questi settori, in grado di minare significativamente l'efficacia e l'inviolabilità dell'intera fortificazione, si studiò il sistema di far cambiare forma alla torre, facendola passare da circolare a triangolare, in modo da poter applicare il concetto di tiro “radente” e  spazzare la faccia rettilinea del nuovo elemento stando posizionati nel punto di innesto tra il tratto di cortina ed il baluardo precedente.

  Quasi immediatamente la forma del nuovo baluardo difensivo, oltre alle due facce con il vertice collocato lungo la bisettrice dell'angolo definito dalle due cortine convergenti, acquisì anche due fianchi, ortogonali alle rispettive facce,  oltre ad un lato aperto rivolto verso l'interno del perimetro difensivo, la cosiddetta “gola”.

  Il bastione comprendeva vari livelli difensivi sovrapposti, costituiti, partendo dal
basso, da ambienti coperti (casamatte) dotati di varie postazioni, denominate cannoniere,  per piccole artiglierie sui fianchi e per medie artiglierie lungo le facce. Appositi condotti di ventilazione assicuravano l'evacuazione dei fumi derivanti dallo sparo. Il baluardo terminava con un livello superiore, scoperto, dotato di un parapetto con merloni, nell'intervallo tra ciascuno dei quali, era posizionato il pezzo da fuoco.

  Questo nuovo elemento difensivo, che andava a collocarsi ai vertici del perimetro fortificato in luogo delle torri medievali e dei torrioni cilindrici appartenenti alla fase di transizione, si configurava di fatto come l'elemento cardine di riferimento attorno cui si sarebbero articolati tutti gli aggiornamenti delle tecniche difensive nei tre secoli successivi.

  Tipica espressione del nuovo sistema, definito “bastionato”, è il forte di Capua.  Questo forte,  con il suo impianto quadrato con bastioni ai vertici rappresenta la tipologia che riscontrerà maggior diffusione sia nel Mezzogiorno che altrove, sostanzialmente per criteri di economicità. Caratteristica peculiare del forte di Capua sono gli assai sviluppati  “orecchioni” , elementi curvilinei di raccordo tra le facce ed i fianchi dei bastioni, destinati a nascondere alla vista dell'attaccante le cannoniere “traditrici” che avevano la funzione di colpire sul fianco il nemico una volta giunto nel fossato. Con il consolidarsi del potere vicereale spagnolo Napoli capitale vede il profondo rinnovammento del suo sistema difensivo, con la realizzazione di una cinta bastionata e l'adeguamento ai nuovi canoni  di Castel Nuovo, Castel dell'Ovo e del Castello del Carmine. Ma l'elemento principe del sistema sarà rappresentato dal nuovo forte eretto sulla collina di S. Martino, ad opera di Luis Escrivà, che con il suo eccezionale impianto stellare allungato a sei punte e per le proporzioni colossali che esso assume, rappresenta un esempio unico del suo genere, un autentico gioiello dell'architettura militare del XVI° secolo.


Il torreggiamento vicereale
  Gli spagnoli, successori degli aragonesi nel controllo del Mezzogiorno d'Italia, a partire dalla seconda metà del secolo XVI, vararono un organico piano di
rafforzamento delle difese costiere incentrato soprattutto sulla costruzione di un sistema di torri (a partire dal 1563, per ordine del vicerè di Napoli Pedro Afan de Rivera ) collocate lungo la costa a poca distanza l'una dall'altra, in modo da costituire una catena di piccoli capisaldi che oltre all'avvistamento delle fuste barbaresche potevano assicurare (grazie alle artiglierie di cui erano dotate) una fascia di mare protetta per il cabotaggio commerciale.  La necessità di proteggere le coste con tale tipo di presidi scaturì anche per altri stati italiani (Stato Pontificio, Toscana): ne conseguì la costruzione di circa settecento torri sulle coste italiane, di cui quattrocento furono localizzate nel Regno di Napoli.  Sono le torri che ancora oggi si vedono lungo le coste adriatica, ionica e tirrenica.

  Le caratteristiche architettoniche di tali edifici possono così riassumersi:  impianto quadrato e pareti scarpate per l'intero sviluppo verticale,  allo scopo di garantire al manufatto una maggiore stabilità alle sollecitazioni provocate dalle artiglierie durante il tiro. L'accesso alla torre era sopraelevato a livello del piano abitabile, che era costituito da un unico ambiente voltato avente una sup. variabile tra i 20 ed i 30 mq, arredata con un camino dal duplice uso, cucina e riscaldamento; tale ambiente, voltato a botte, costituiva praticamente l'unico spazio interno della torre, con nicchie nei muri utilizzate come armadi,  mentre nel basamento era spesso ricavata la cisterna per l'acqua.  All'esterno, in sommità, su ciascuno dei quattro lati, erano posizionate le caditoie, o troniere verticali, in numero generalmente di tre, per la tipologia più diffusa, quella di tipo intermedio, sempre realizzate in controscarpa, e costituenti il coronamento della torre. Tali postazioni difensive erano utilizzate per la difesa ravvicinata della torre, nel caso, oltremodo raro, di assalto diretto, attraverso l'uso di un'artiglieria secondaria di cui la torre era dotata, il cannoncino petriero che, disposto verticalmente all'imbocco di una delle suddette troniere, era in grado di tirare a ritmo sostenuto micidiali scariche di mitraglia fulminando i malcapitati assalitori. Il potere offensivo delle torri era costituito da uno, al massimo due pezzi di artiglieria di medio calibro, per proiettili di peso variabile dalle 2 alle 8 libbre (una libbra c.a 350 g), collocati sulla terrazza, in grado di colpire un'imbarcazione a circa 600 metri di distanza. Una piccola riserva di munizioni era ubicata nelle immediate prossimità dei pezzi. La guarnigione di tali opere era costituita da due, tre uomini, cui era affidato tra l'altro il compito di scrutare continuamente, giorno e notte, l'orizzonte e segnalare eventuali pericoli alla popolazione locale ed alle torri limitrofe.  Il deposito dei viveri era generalmente alloggiato a fianco alla cisterna.


Architettura minore fortificata
  Accanto alle tipologie di architettura militare più note, quali quelle delle cinte
urbiche, dei castelli e delle torri costiere, se ne possono individuare altre,  cosiddette minori, riconoscibili nelle costruzioni di natura frequentemente rurale o abitativa, adattate per secondari scopi difensivi, tutte accomunate dall'essere sorte spontaneamente e per mano privata.  Si tratta delle masserie fortificate, delle case forti, delle torri difensive, etc. Costruzioni erette a partire dall'epoca aragonese, ma soprattutto nei secoli successivi, XVI – XVIII, fino al XIX secolo,  adatte a fronteggiare la minaccia di bassa intensità costituita dalle incursioni dei pirati barbareschi cui si sovrapponeva quella del brigantaggio locale.

  Le grandi masserie, in quanto vi si concentravano le riserve di grano ed olio, potevano costituire uno degli obiettivi privilegiati da parte delle bande di predoni, per cui la necessità d dotarle di accorgimenti difensivi, per lo più costituiti da garitte ubicate lungo i vertici del perimetro, archibugiere e piccole cannoniere.

  Le case forti o case torri, costruzioni spesso situate in zone isolate, ma a volte ubicate anche nei centri abitati, erano caratterizzate dall'esigenza di sventare incursioni
notturne miranti sovente al rapimento di ricche famiglie a scopo di riscatto; spesso l'elemento difensivo era caratterizzato da una torre di concezione arcaica inglobata nella struttura residenziale, ma poteva avere anche elementi tipologici diversi, con l'utilizzazione anche qui di garitte difensive.

  C'erano inoltre le grandi torri erette da potenti famiglie locali, intorno alle quali si
raccoglievano nuclei edilizi più o meno consistenti. Queste costituivano la cosiddetta “seconda linea di difesa” (si pensi ad esempio alla Torre di Franco a Soccavo, a Torre S. Chiara a Monte Ruscello, oppure a Torre S. Severino a Licola) che integrava la prima linea rappresentata dalla catena delle torri vicereali.

  Si pensi infine  all'eccezionale concentrazione di torri con funzione abitativa presenti nella penisola sorrentina.


 
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