I Castelli di Napoli - Istituto Italiano dei Castelli - Sezione Campania

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Cenni storici sui castelli di Napoli

 
 
 
 

Castel dell'Ovo

Castel dell'Ovo sorge su un isolotto di origine vulcanica, estrema propaggine in tufo del promontorio di Pizzofalcone (Monte Echia), e rappresenta quanto resta di un esteso complesso di terre emerse, trasformatosi in seguito a prolungati fenomeni di bradisismo vulcanico.

Nel I sec. a.C. Lucio Licio Lucullo, seguace di Silla ed amico di Cicerone, acquistò un vasto appezzamento di terreno, comprendente con certezza la collina di Pizzofalcone e l'isolotto chiamato di “Megaride”. Proprio sull'isolotto Lucullo fece erigere una parte consistente della sua villa, che, secondo le cronache tramandateci, era un vero e proprio giardino di delizie: qui si tenevano quei sontuosi banchetti  passati alla storia come “Luculliani”.  Sull'isola furono piantati per la prima volta in Italia i ciliegi, provenienti da Cerasunto, ed i peschi di Persia. Nell'ultimo periodo dell'Impero, Valentiniano III ordinò la trasformazione dei luoghi, in particolar modo del Monte Echia, in fortezza, mentre nel 476 Odoacre imprigionò nell'isolotto, l'ultimo imperatore romano d'occidente, Romolo Augusto. Tra il V e il VI secolo lo scoglio roccioso accolse una piccola comunità di monaci Basiliani, che fondarono un cenobio sullo sperone più elevato del blocco tufaceo.  In questo periodo Megaride muta denominazione in Insula Maris e, successivamente, in Insula Sancti Salvatoris, con il passaggio del convento all'ordine di S. Benedetto. L'isolotto si presenta costituito da due speroni rocciosi collegati tra loro da un grande arco naturale, su cui sorgono gli impianti monastici e la piccola chiesa dedicata al Salvatore.  Fra l'altro, con i Benedettini, diviene luogo di quarantena e lazzaretto per i pellegrini di ritorno dalla Terrasanta.

In un trattato del 1128 l'isolotto viene menzionato come “Arx Sancti Salvatoris”, ovvero come luogo fortificato.  Dopo la conquista di Napoli, nel 1140, Ruggero il Normanno promuove il primo sistematico piano di fortificazione del sito, con lavori che si protrarranno per tutta la durata della dominazione.  A tale periodo risale con certezza l'erezione di una prima torre, la Normandia. A sua volta, Federico II di Svevia, procederà ad ulteriori opere di potenziamento, affidandosi alla collaborazione dell'architetto Nicolò Pisano. Verrà completata la costruzione di altre torri iniziate in epoca Normanna, rispettivamente dette di Coleville, Maestra e di Mezzo, mentre in una delle sale del complesso verrà sistemato il tesoro reale.  Con l'avvento della dominazione angioina, malgrado la costruzione di Castel Nuovo, Castel dell'Ovo resta la sede preferita dai regnanti per le sue caratteristiche di inespugnabilità.  Viene fatto oggetto di numerosi interventi, tra cui la loggia  ad archi acuti in piperno, il ripristino del ponte e della strada che conducono al castello. In quest'epoca il castello assume anche la funzione di prigione di stato: vi saranno imprigionati i figli di Manfredi e Corradino di Svevia, prima di essere decapitato in piazza Mercato. Nel 1370 in seguito ad un maremoto il castello subisce numerosi danni; i lavori di restauro furono condotti per volere della regina Giovanna I e compresero la ricostruzione la parte del castello di epoca normanna e l'arcata centrale di collegamento tra le due parti dell'isolotto, crollata e ricostruita in muratura.

Con l'arrivo degli aragonesi, nel 1442, il castello sarà interessato da un'altra fase di trasformazioni; i lavori, condotti per volere dello stesso monarca, Alfonso il Magnanimo, compresero il ripristino del molo e l'arricchimento delle strutture del fabbricato reale, oltre all'ulteriore potenziamento delle strutture difensive, con l'abbassamento in altezza delle torri ed il loro ispessimento, per far fronte al progredire delle tecniche di assedio con le prime artiglierie.
Tali opere saranno completamente smantellate nel corso dell'assedio subito nel 1503 ad opera delle forze di Ferdinando il Cattolico. Con l'inizio del Viceregno Spagnolo il castello godette di una relativa tranquillità: a causa della sua esposizione ai venti furono collocati sulla sua propaggine meridionale tre mulini.  Con il consolidarsi del potere spagnolo tutto il sistema difensivo napoletano subisce un profondo rinnovamento, in considerazione della necessità di adeguare le strutture alle nuove tecniche difensive determinate dagli ulteriori progressi dell'artiglieria. Castel dell'Ovo, che fino ad allora aveva conservato alcune residue funzioni residenziali ed amministrative, acquisterà la fisionomia di una grandiosa batteria a mare, in grado di sprigionare un elevata potenza di fuoco lungo tutto l'arco del golfo. Tra la fine del XVII e gli inizi del XVIII secolo il forte dell'Ovo risulta così costituito: a sud, verso il golfo aperto, la batteria circolare Bonavides, o del Ramaglietto, che insieme alla manica di collegamento poteva comprendere fino ad un massimo di 25 pezzi di medio e grosso calibro; la batteria superiore per 8 pezzi, posta a cavaliere del Ramaglietto e situata alla base della torre Normandia; di fianco a questa, al piano terra, verso S. Lucia, l'opera bassa, per tre cannoni e tre mortai; a nord, verso via Chiatamone, la batteria superiore per sei cannoni, dotata di fiancheggiamento, anche in casamatta, a livello inferiore; infine, alla base di questa, il rivellino, posto a difesa dell'ingresso e della scala scavata nella roccia che immetteva alla terrazza superiore, dotato di tre cannoniere per altrettanti pezzi di medio e piccolo calibro.

Escludendo il breve episodio avvenuto tra il 1755 e il 1758 quando Carlo di Borbone vi tentò di fondare una fabbrica di cristalli e specchi, e la coraggiosa difesa  di cui fu teatro durante l'effimera repubblica Partenopea del 1799, si parlerà di nuovo di Castel dell'Ovo solo nel 1871 in occasione di un concorso per il nuovo assetto urbanistico della città, che prevedeva addirittura l'abbattimento del castello per far posto ad un nuovo rione.

Il complesso fortificato, così come ci appare oggi, è il risultato di un restauro iniziato nel 1975 sotto la direzione del Provveditore alle Opere Pubbliche della Campania, Ing. Paolo Martusciello, che ha comportato sia il recupero delle parti architettoniche di cui si compone sia il consolidamento della roccia tufacea su cui esso poggia. Attualmente è sede di mostre e di convegni.







































 

Forte di Sant'Elmo

Il primo insediamento della collina dove è oggi ubicato il forte di S. Elmo, è attribuito ai Normanni che intorno al 1170 ereggono una torre d'osservazione, a poca distanza da una piccola chiesa francescana dedicata a S. Erasmo.

Alcuni secoli dopo, nel 1329, il re Roberto d'Angiò affida la costruzione, secondo alcuni studiosi l'ampliamento, di un palatium castrum agli architetti Francesco di Vico, Balduccio di Barzca e Tino da Camaino (quest'ultimo sostituito dopo la morte da Atanasio Primario). L'opera, terminata nel 1343 e denominata Belforte, ha l'aspetto di  residenza fortificata, cinta da mura e da un ampio fossato asciutto, impostata su una pianta poligonale regolare, con torri rettangolari ai   vertici del perimetro e due ulteriori torri a protezione dell'ingresso; «si tratta, in effetti, dello stesso impianto del Castelnuovo, conservato nella ricostruzione aragonese» (L. Santoro, Le mura di Napoli ).

La posizione strategica della residenza e le esigenze difensive del regno “trasformano” ben presto il Belforte, indicato già dal 1348 come castrum Sancti Erasmi, in castello di Sant'Erasmo: il castello riceve infatti il suo battesimo del fuoco nel 1348, subendo l'attacco di Ludovico d'Ungheria, giunto a Napoli per vendicare l'assassinio del fratello Andrea. La fuga in Provenza della regina Giovanna d'Angiò rende il castello una facile conquista e solo più tardi la peste scoppiata a Napoli convince Ludovico ad andare via. Negli scontri che si susseguono poi nella contrapposizione tra il regno d'Ungheria e gli Angioini, il castello assume un forte rilievo strategico. Il possesso angioino del castello si conclude infine, con l'alienazione dello stesso da parte di Giovanna II, che lo vende per 2500 ducati a Gualtieri e a Ciarletto Caracciolo.

Nei primi anni della dinastia degli aragonesi il castello perde la sua connotazione militare, ospitando nelle sue sale numerose feste principesche, ma le minacce dei francesi prima e gli scontri tra questi ultimi e gli spagnoli per il possesso della città, rendono il castello l'obiettivo militare più ambito.

Ed è con la dominazione spagnola che la struttura, gravemente danneggiata dal terremoto del 1456, causa del crollo delle torri e di alcune cortine murarie, e oggetto solo di parziali interventi da parte degli aragonesi, assume il suo aspetto definitivo. Il re di Spagna Carlo V, in vista della minaccia ottomana ed al fine di ostacolare le eventuali incursioni via terra lungo la direttrice d'attacco proveniente da Pozzuoli, sollecita i lavori di ricostruzione del castello. Promotore dell'iniziativa si fa il viceré don Pedro de Toledo il quale affida i lavori nel 1537 a Pedro Luis Escrivá, un ufficiale valenzano dell'esercito spagnolo, appartenente all'ordine di San Giovanni, grande esperto delle moderne tecniche militari e, artefice, pochi anni prima, della costruzione di una poderosa fortezza bastionata a L'Aquila.

I tempi di ideazione e realizzazione sono rapidissimi, circa due anni per definire le linee principali della struttura, terminata definitivamente nel 1547: in primo luogo Escrivá comincia a fortificare in maniera diffusa l'intera altura, costituita da un grosso e scosceso banco tufaceo,  e predisponendo profondi fossati tutt'intorno alla sommità della collina. Il taglio della pietra viene affidato ai marmorari fiorentini capeggiati da Nicola Bellevante, mentre per la realizzazione delle numerose bocche da fuoco di cui verrà dotato il castello ci si avverrà del valido intervento di maestri fonditori guidati da Bartolomeo Giordano, Salvatore de Dio e Santillo di Santo.

E' fondamentale notare come, contemporaneamente all'inizio dei lavori di sbancamento, vengono commissionati i pezzi d'artiglieria: una testimonianza chiara e precisa che indica nell'aspetto militare la vocazione dell'opera a farsi. Parlare di castello dunque, per S. Elmo, è improprio, ad Escrivá interessa costruire una fortezza semplice e funzionale, adeguata alle tecniche difensive del tempo, e destinata innanzitutto ad ospitare l'artiglieria.

La nuova fortezza che ingloba anche parte della preesistente costruzione angioina, è un esempio eccezionale, pressoché unico, di architettura militare “moderna”: Escrivá imposta il complesso su una pianta stellare allungata con sei punte ( lati 100 x 200 metri ) per una superficie globale di 60.000 mq, di cui 20.000 mq coperti, mentre il fossato che lo circonda copre circa 12.000 mq.

La singolarità della sua conformazione è dovuta anche ai forti condizionamenti del sito, individuabili nelle asperità del blocco tufaceo sui cui sorge lo stretto ed allungato complesso.  All'impianto bastionato, pure di nuova concezione, che aveva caratterizzato la realizzazione dell'Aquila, che mal si adatterebbe al sito d'impianto, Escrivà preferisce una struttura diversa:   in luogo dei canonici bastioni, progetta sei puntoni di grosse dimensioni, privi di fianchi, con andamento a scarpata, che configurano di fatto un sistema a tenaglia: il tutto di estrema semplicità ma di grande efficacia. Gli elementi murari, realizzati a sacco con le pietre cavate in sito e debolmente scarpati, spiccano direttamente dal blocco di tufo che viene a sua volta regolarizzato in prosieguo delle cortine. Da lontano, la muratura e la roccia sottostante appaiono un tutt'uno conferendo al forte un'imponenza fuori dal comune. Ci troviamo di fronte ad un'unica immensa casamatta in cui sono individuabili numerose postazioni per l'artiglieria, protette ed in barbetta. Tutto il perimetro difensivo a livello di copertura è sormontato da colossali merloni (come si rileva da un particolare di Francisco de Hollanda) che consentono agli artiglieri di essere completamente al riparo dal tiro avversario.

Uno dei problemi affrontati nell'impostazione del sistema fortificato è senza dubbio quello del fiancheggiamento, che viene risolto con l'adozione, negli angoli del perimetro, di grandi troniere binate casamattate, chiamate dallo stesso Escrivá “rufianas”, in grado di consentire il tiro da diverse angolazioni e quindi coprire contemporaneamente il fossato e la faccia del puntone contiguo. In sommità, sulla piazza d'armi e quindi allo scoperto viene concentrato il fuoco offensivo, affidato ad una serie di cannoniere dislocate lungo gli elementi di coronamento.

All'interno, oltre alle aree destinate alla difesa trovano posto ampi cortili e sotterranei, ambienti per la detenzione, vasti magazzini, due cisterne, di cui una colossale e in grado di assicurare un adeguato rifornimento idrico. Sull'ampia piazza d'armi vengono ubicate la polveriera, l'alloggio per il castellano e quelli per la guarnigione, infine una piccola chiesa, costruita da Pietro Prati nel 1547. L'innovativo progetto dell' Escrivá non manca di suscitare critiche, che spingono ben presto il valenciano a replicare con la sua “Apología en excusacion y favor de las fábricas del reino de Nápoles” del 1538. L'autore rispondendo all'accusa di “toda obra va errata” chiarisce   come lo schema a doppia tenaglia ben si adatta al luogo, e come la struttura stellare allungata consenta una valida difesa con una piccola guarnigione e poche artiglierie

In questo modo, con Castelnuovo e Castel dell'Ovo, S. Elmo diventa il perno del sistema difensivo vicereale di Napoli capitale, esercitando anche una non trascurabile forza di dissuasione contro la minaccia ottomana. La ricostruzione spagnola del forte viene messa a dura prova nel 1587: nel corso di un violento temporale, un fulmine caduto sulla polveriera fa saltare in aria buona parte della fortezza, causando la morte di ben 150 uomini della guarnigione e la distruzione della chiesa e degli alloggi del castellano. Dal 1599 al 1610 è l'architetto Domenico Fontana a dirigere i lavori di restauro, riedificando la chiesa, gli alloggi ed il ponte.

Nel 1639 il viceré duca di Medina, osservando che «il castello non predomina la città, perché la maggior parte di quella le è coperta dal monastero», di S. Martino, scarta l'ipotesi di demolire il complesso religioso, ben più antico, e suggerisce al Re di mettere «il convento dentro di un recinto con tre baluardi, unendolo con il castello; in tal modo si assicurerebbe il dominio della città» (Archivo General de Simancas, manoscritto del duca di Medina al Re, Napoli 11 marzo 1639). Il progetto è affidato a Francisco della Ratti, ma non viene realizzato.

Durante i moti di Masaniello del 1647, dalla fortezza partono violenti bombardamenti sulla città vengono ordinati dal viceré duca d'Arcos.

Ancora, nel 1799, mentre Ferdinando IV ripara a Palermo, il popolo si oppone all'ingresso in città delle truppe di Championnet ed un cospicuo manipolo di realisti riesce ad impadronirsi di S. Elmo per evitare che cada nelle mani dei Francesi. I “giacobini” napoletani, però, erano nettamente schierati a favore dei “rivoluzionari” d'oltr'Alpe e, penetrando con un astuto stratagemma nel forte, lo consegnano ai Francesi: sul pennone più alto viene innalzato il vessillo giallo, rosso e azzurro della Repubblica Partenopea. Ma dopo un assedio di circa due settimane, sul castello viene innalzata la bandiera borbonica: i suoi occupanti tengono testa a un assedio durato dal 28 giugno al 10 luglio e che si conclude solo quando, a seguito di laboriose trattative, ai Francesi  e ai “giacobini” napoletani viene concesso di imbarcarsi sulle navi ancorate nel porto.

Altri eventi di nota, da allora in poi, S. Elmo non li registra. Tranne quello, forse, che si riferisce a un episodio manifestatosi in coincidenza con l'ingresso di Garibaldi a Napoli, nel 1860, quando i capitani della guarnigione del forte vengono deposti e rinchiusi in carcere perché, a quanto si dice, respingendo gli ordini emanati dal quartier generale borbonico, si rifiutano di bombardare la città. Ma il fatto, in sé, non è per nulla chiaro.   

A cua dell' Ing. Luigi Cosenza










































































































 

Castelnuovo

Con l'arrivo di Carlo I d'Angiò a Napoli, nella seconda metà del secolo XIII, nacque l'esigenza della realizzazione di una residenza reale di proporzioni adeguate alle necessità del monarca e della numerosa corte che lo accompagnava.

I castelli già esistenti nella città, Castel Capuano e Castel dell'Ovo, soprattutto per la scarsa disponibilità degli spazi interni non erano infatti adatti allo scopo.

Fu pertanto decisa la costruzione di un nuovo complesso, individuando l'area su cui sarebbe dovuto sorgere nel vasto spiazzo che si estendeva dalle mura occidentali bizantine e le mura dell'antico Castrum Lucullanum, fino alla base della collina di S. Martino. Fu necessario liberare tale sito, noto come Campus Oppidi, dalle strutture di un ivi esistente complesso religioso detto di S. Maria ad Palatium, demolito e ricostruito in prossimità delle mura occidentali con il nome di S. Maria la Nova.

La costruzione del Castrum Novum, sotto la direzione accorta di Pierre de Chaule, iniziata nel 1279, si protrasse fino al 1284.

L'impianto del nuovo castello era contraddistinto planimetricamente da un andamento rettangolare irregolare con torri cilindriche di notevole altezza e ridotto diametro, presumibilmente nove, poste ai vertici del perimetro difensivo, oltre che in posizione intermedia a rafforzamento delle cortine murarie.

Più dettagliatamente tre torri erano sul lato mare: la Beverella a nord-est, la Bruna, probabilmente coincidente con la Inferior, presso la Cappella Palatina e passata alla storia per aver ospitato il tesoro di Roberto d'Angiò, ed infine la terza, nel vertice sud-est. Quattro torri erano invece a settentrione, di cui due laterali all'ingresso, poste a sua difesa. Almeno altre due torri infine erano situate  a sud ed a ovest, in posizione mediana delle rispettive cortine.

   In particolare la porta fiancheggiata dalle due torri risultava già costruita nel 1280. Un recinto murato dotato di merlatura (Balio) precedeva il fossato: in esso si apriva la Prima Porta che era in comunicazione con la porta princiupale tramite un ponte levatoio dotato di catene.

All'interno si sviluppava un ampio cortile lungo uno dei cui lati, a partire dal 1307, fu iniziata la costruzione della cappella Palatina. L'edificio, in stile gotico Provenzale, di forma rettangolare allungata, presentava l'invaso interno caratterizzato da una spiccata ascensionalità, tipica degli edifici religiosi di quell'epoca. Le pareti della cappella tra il 1328 e il 1331 saranno affrescate da Giotto, con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento.   Precedentemente all'inizio della costruzione della cappella Palatina si hanno notizie documentate dell'esistenza di almeno altre due cappelle decorate con affreschi di Montano d'Arezzo.

Il modello d'ispirazione del castello è quello francese facilmente rintracciabile in coevi esempi d'Oltralpe, con l'altezza delle torri dettata dalle esigenze difensive dell'epoca, che vedevano lo spostamento quanto più in alto possibile delle difese, per porsi al riparo dalla minaccia delle torri d'assedio e dai proietti lanciati da catapulte, baliste, onagri ed altre macchine similari. La notevole altezza consentiva di esercitare con efficacia il principio della difesa piombante tipico del periodo, il cui effetto micidiale aumentava in misura proporzionale alla distanza del punto di lancio dei difensori rispetto al suolo, per l'evidente crescente effetto gravitazionale delle munizioni scagliate dall'alto.

La ricostruzione Aragonese

Al suo arrivo a Napoli, nel 1442, Alfonso d'Aragona si pose subito il problema della ricostruzione di quella che sarebbe dovuta essere la sua residenza regale.

I lavori di ripristino, o meglio di ricostruzione pressochè totale iniziarono subito. Del complesso angioino venne salvata soltanto la Cappella Palatina, la cui notevole altezza, insieme all'oggettiva necessità di ricavare la maggiore quantità di spazi possibili, probabilmente dettò l'accentuato sviluppo verticale della reggia-castello.

Il nuovo impianto planimetrico andava ad insistere su quello precedente, che veniva sostanzialmente rispettato. I lavori di ricostruzione iniziarono nel 1443, ed impulso decisivo riceverono con l'arrivo a Napoli, attorno al 1450, dell'architetto catalano Guillermo Sagrera, originario di Maiorca.

La peculiarità principale del nuovo complesso era data innanzitutto dalle torri, il cui numero scendeva da nove a cinque. Queste, pur conservando una notevole altezza, aumentavano considerevolmente di diametro, oltre che di spessore delle murature. Ciò per fronteggiare il nuovo tipo di minaccia profilatosi con l'avvento delle prime rudimentali artiglierie utilizzanti proiettili in pietra.  Il mantenimento di un consistente sviluppo verticale per questi manufatti può apparire in palese contraddizione con le predette nuove esigenze difensive, in quanto rappresentanti più facile bersaglio per le artiglierie dell'attaccante, ma va sottolineato che la cosiddetta epoca di transizione nell'evoluzione delle fortificazioni, vedrà soprattutto dalla seconda metà del secolo XV, e non prima, il progressivo abbassamento delle strutture difensive.  D'altro canto è stata già osservata la vocazione prevalentemente residenziale del complesso, e ciò impose non pochi compromessi con le esigenze di difesa.

Un'altra peculiarità della nuova fabbrica aragonese era data  dalla presenza di una sorta di raddoppio della muratura, un camminamento basso, od antemurale, che si sviluppava su tre dei quattro lati del perimetro.  Questa struttura, erroneamente definita rivellino, è presente in costruzioni fortificate realizzate nella penisola Iberica nello stesso periodo e rappresenta un tentativo volto a fronteggiare i nuovi mezzi di offesa, spostando leggermente in avanti le difese rispetto al corpo principale del castello.   Questi corpi avanzati, erano dotati di una propria merlatura con feritoie balestriere ed arciere e, forse,  anche di piccole artiglierie per la difesa radente.

Costituenti i veri e propri basamenti delle torri, essi presentano le pareti esterne completamente scarpate, ovvero dotate di inclinazione sia per la deviazione dei proiettili, che per mantenere l'attaccante più vulnerabile al tiro del difensore anche in prossimità delle pareti stesse.

Nel 1451 buona parte delle torri risultava completata. La denominazione di queste era la seguente: torre del Beverello, a nord-est, coincidente approssimativamente col sito della “Beverella” angioina; torre dell'Oro a sud-est; a nord-ovest era ubicata la torre di S. Giorgio, mentre le altre due torri, rispettivamente di Mezzo e della Guardia fiancheggiavano l'ingresso della reggia-fortezza, perpetrando quindi il modello angioino.

Durante il 1452 venne iniziata la costruzione della gran Sala, oggi cosiddetta “dei Baroni”, opera anch'essa del Sagrera, insistente in parte sull'area della sala Maior angioina, ma realizzata secondo una concezione ben più grandiosa.  La pianta è quadrata con lato di 26 metri, mentre l'altezza dell'invaso raggiunge i 28 metri; lo stile della sala rappresenta una delle massime espressioni in assoluto dell'arte gotico-catalana, con la straordinaria configurazione a stella della volta di copertura: una serie di costoloni, partendo da una forma quadrata che si trasforma poi in ottagono, delineano una stella ad otto punte e sedici nervature con oculo centrale.  In particolare le linee forze dei costoloni, scaturenti direttamente dalle pareti senza alcuna mediazione architettonica, oltre che il loro incrociarsi e dipartirsi in spicchi più piccoli, conferiscono a tutto l'invaso spaziale uno slancio ed una dinamicità unici.

Ritornando sull'aspetto tecnico-militare numerosi furono gli accorgimenti difensivi adottati dagli aragonesi per aumentare le capacità difensive del complesso: tra questi vi era il camminamento di ronda coperto nella parte alta del castello, contraddistinto a sud da una teoria di archetti (31) e previsto su tre dei quattro lati. Il basamento scarpato della torre di Mezzo era rivestito con paramento a squame, mentre quelli della Beverello e S. Giorgio presentavano della scanalature concave disposte a raggiera, probabilmente nel deliberato intento di rendere impraticabile l'appoggio delle scale di un'eventuale attaccante, risolvendo peraltro il tutto con straordinario, indiscutibile gusto formale.

Il fossato fu raddoppiato in larghezza e aumentato in profondità. Ma, soprattutto, gli aragonesi si avvidero ben presto della necessità di spostare in profondità le difese del castello vero e proprio, sia per distanziare, per quanto possibile, il posizionamento dei pezzi di assedio dell'attaccante dal cuore del sistema, che per aprire il fuoco su di esso in posizione quanto più avanzata possibile, esercitando  così il nuovo, innovativo principio della difesa radente.

Fu pertanto iniziata la costruzione, a partire dal 1463, della cosiddetta “cittadella”, ovvero insieme di corpi bassi costituiti per lo più da torri cilindriche collegate da cortine. La costruzione si sviluppò inizialmente nella zona occidentale, ma era prevista la circuizione del castello su tutti e tre i lati di terra.

Questa prima serie di opere esterne venne realizzata sotto il regno di Ferrante, al tempo del quale nacque il “Largo di Castel Nuovo”.  Dalla nuova piazza, attraverso un ponte sul fossato si giungeva alla porta della cittadella (oggi unico elemento superstite) superata la quale iniziava una strada delimitata da svariati fabbricati, quali la polveriera, gli alloggi per i mulattieri e le stalle, abitazioni per i musici e magazzini.

A sud, sulla sommità della cittadella, vi era una loggia contenente una fontana ed un orto, detto “Giardino del Paradiso” da cui, attraverso un ponte in legno e muratura si giungeva all'Arco di Trionfo di Alfonso, serrato tra le torri di Mezzo e della Guardia.

L'ARCO DI TRIONFO

L'arco nasce come celebrazione della vittoria di Alfonso d'Aragona e della conquista di Napoli, avvenuta nel 1442.  Si ispira agli archi di trionfo dell'antica Roma, per cui la sua chiara matrice classica, anche se il suo stile risente molto degli influssi sia dell'arte fiorentina che di quella funeraria medievale.

In sostanza l'Arco di Trionfo si presenta come una felice sintesi di scultura e architettura, risultando probabilmente la migliore opera della produzione rinascimentale napoletana.

I lavori di costruzione iniziarono nell'autunno del 1452 ad opera di Paolo Romano e Francesco Laurana.  Dal maggio del 1456 si aggiunsero altri artisti, quali  Isaia da Pisa, Andrea dell'Aquila e Pietro da Milano. Nel 1458, con la morte di Alfonso, l'opera venne interrotta, per essere poi ripresa nel 1465 dopo un periodo di rivolte e pericoli d'invasioni che determinarono la fuga dal Regno di tutti gli artisti.   Soltanto con il ritorno della stabilità, sotto il regno di Ferrante, figlio di Alfonso, l'opera potè vedere il suo completamento.  Fu nominato come unico esecutore Pietro da Milano, che peraltro, per l'ultimazione attinse ampiamente a materiale marmoreo scolpito nel primo periodo, soprattutto per quanto concerne gli ordini superiori.

Il monumento si articola su quattro ordini diversi e sovrapposti.  Il primo è costituito dal vero e proprio arco di trionfo inquadrato da due bellissimi binati di colonne corinzio-romane che, poggianti sugli stilobati, reggono la classica trabeazione; ciascun stilobate poggia su di un basamento in piperno  diviso in due fasce da un toro rivestito a sinistra da foglie di quercia ed a destra  da foglie di alloro, entrambe strette da un nastro a spirale.  Nel fregio dello stilobate sinistro si alternano tre testine, due di putti ed una di vecchio con barba, e ricchi mazzi di foglie, mentre sul fianco sono raffigurati un Ercole fanciullo ed un volto coronato di alloro in un medaglione di classica bellezza, che potrebbe raffigurare Cesare.  Nel fregio dello stilobate destro invece si alternano anfore ansate a ricchi festoni di frutta sormontati da testine alate di geniatti. Una forte cornice di tre elementi fa da conclusione ai due stilobati.  Nel timpano sotto la trabeazione, ricca anch'essa di raffigurazioni ad amorini e putti in pose varie ed eleganti, sono rappresentati due magnifici grifi in rilievo seguiti da due opulente cornucopie che incorniciano la chiave dell'arco raffigurante lo scudo d'Aragona.

Il secondo ordine è contraddistinto da numerose decorazioni e, soprattutto, dal grande altorilievo  del trionfo a cui fa seguito una trabeazione contenente al centro il nome del trionfatore a grandi lettere romane: “ALPHONSUS REGUM PRINCEPS HANC CONDIDIT ARCEM”. Il terzo ordine presenta un secondo, ampio arco a tutto sesto, inquadrato da colonne ioniche e diviso in formelle da rosoni e teste.  Il quarto ed ultimo ordine è suddiviso da pilastri con capitelli corinzi in quattro nicchie contenenti le virtù (Giustizia, Temperanza, Fortezza  e Prudenza) ed adorne di conchiglie richiamanti l'arte toscana.  La composizione è conclusa da un timpano curvilineo che racchiude due divinità fluviali ed in vetta la statua di S. Michele Arcangelo posta a guisa di acrotirio riproponendo così il motivo di statue su colonne onorarie romane.

DALLA FINE DEL XV SECOLO AD OGGI

Con l'arrivo dei francesi a Napoli, nel 1495, le strutture difensive del castello non offrirono una buona prova contro il tiro delle moderne artiglierie con proietti in ferro, per cui al loro ritorno gli aragonesi si preoccuparono di riprendere immediatamente, adeguandolo opportunamente alla luce delle ultime esperienze belliche, il progetto della costruzione della cittadella esterna, costruzione peraltro iniziata durante la prima fase del Regno e successivamente sospesa.

La realizzazione dell'opera venne affidata all'architetto militare senese Francesco di Giorgio Martini ed al suo collaboratore Antonio Marchesi da Settignano.  E' a quest'ultimo che va attribuita in buona sostanza la paternità del progetto, che prevedeva la realizzazione di una murazione esterna bassa su tre dei quattro lati del castello, con poderosi baluardi circolari posti a ciascun vertice. Un disegno del 1540, ad opera del portoghese Francisco de Hollanda, ci mostra l'opera finalmente compiuta, con i torrioni circolari posti su tre dei quattro vertici e solo nel quarto, a sud-est, in forma di bastione poligonale.

Il complesso, di dimensioni eccezionali, verrà iniziato soltanto nell'ultimo periodo della dominazione aragonese, mentre buona parte delle strutture, in parte modificate a seguito dell'incalzante innovamento tecnologico, saranno realizzate durante il primo periodo del viceregno spagnolo.

Appare interessante, per comprendere appieno le potenzialità difensive del castello sul finire del secolo XV, citare l'elenco delle artiglierie presenti nel complesso, così come desunto da un inventario redatto nel marzo del 1500. Va premesso che il parco dei pezzi si presentava rinnovato completamente rispetto alla prima fase del Regno, quando era costituito esclusivamente da bombarde; circa quaranta anni dopo, sempre in seguito alla calata di Carlo VIII, lo troviamo così costituito:  15 cannoni, 2 serpentini, un petriero, 15 sagri, 5 colubrine, una bombarda ed un altro pezzo, che formavano la grossa artiglieria.  L'artiglieria di medio e piccolo calibro era costituita da quattro girifalchi, 25 falconi e 24 smerigli.  In tutto si contavano ben 93 pezzi, oltre ad un nutrito numero di armi portatili.  L'inventario dimostra che l'artiglieria del castello era stata completamente rinnovata. Le grosse bombarde aragonesi degli anni sessanta del secolo XV sparanti palle di pietra non erano più presenti, in massima parte preda bellica francese nel 1495, sostituite da cannoni in bronzo in unica fusione, con maggior manovrabilità, con proiettili di ferro, più precisi e aventi una gittata maggiore.  Pur tuttavia, a nulla valse un simile adeguamento delle difese a scongiurare il pericolo dei francesi, che occuparono Castelnuovo il 25 agosto 1501.

Scacciati gli aragonesi definitivamente dal regno di Napoli con la caduta di Taranto nel marzo del 1502, Francia e Spagna, dapprima alleate, si contesero il possesso dell'Italia meridionale per circa un anno, fin quando Consalvo di Cordova, al comando delle forze spagnole, non sbaragliò le forze opposte a Cerignola. Giunto a Napoli nel luglio del 1503, il generale spagnolo fece esplodere delle mine sotto il Castel Nuovo e Castel dell'Ovo, facendo rapidamente capitolare i presidi francesi colà rimasti.

Iniziava il periodo della dominazione spagnola, che sarebbe durato ben due secoli. La realizzazione della cinta bastionata di Castel Nuovo fu completata in epoca vicereale.  La cinta difensiva, ultimata agli inizi degli anni quaranta del secolo XVI°, subì immediatamente dopo una trasfomazione dei due baluardi verso il mare, rispettivamente del Molo e della Marina in forma bastionata, secondo i più aggiornati criteri difensivi che subordinavano la validità della difesa al defilamento dei baluardi rispetto al tiro dell'artiglieria nemica. Le merlature inoltre si trasformarono aumentando di spessore, di dimensioni e arrotondando gli spigoli, divenendo così merloni, per la stringente esigenza di deviare i proiettili di artiglieria indirizzati verso la sommità della fortificazione.

Ovviamente il castello aragonese cessava di avere qualsiasi funzione militare, reso ormai completamente obsoleto dalla sua altezza, che lo rendeva enormemente vulnerabile. La definizione  acquisita  da tale nucleo nel corso del Settecento, di “Maschio Angioino”, risultava pertanto doppiamente erronea, sia per l'assoluta mancanza di funzione di maschio, ovvero di ultimo ridotto fortificato, sia per l'assenza pressochè totale di qualsiasi connotato dell'antica fabbrica angioina, come sappiamo, completamente scomparsa con la ricostruzione aragonese.

Con l'arrivo dei borboni, inizia il lento declino della fortezza.

La cinta bastionata cinquecentesca venne quasi totalmente distrutta dopo il 1860. I fossati furono colmati, il Baluardo del Molo, il Bastione della Maddalena, il Torrione dell'Incoronata, furono demoliti prima del 1875.  Nel 1886 venne cancellato il colossale Baluardo di S. Spirito.  Scompariva così una straordinaria testimonianza dell'evoluzione dell'arte militare moderna, con forme e proporzioni probabilmente uniche nell'intera Penisola, superiore, forse, anche agli episodi del castello di Bari e del castello di Augusta.  Una perdita della cui gravità, ancor oggi, non ci si è  ancora pienamente resi conto.

Dagli inizi del nostro secolo sino alla vigilia del secondo conflitto mondiale il castello sarà interessato, a più riprese, da una serie di restauri volti a recuperare soprattutto la veste originaria Aragonese del complesso,  che saranno in prevalenza condotti dal Filangieri.    Oggi il Castelnuovo di Napoli ospita la sede del Museo civico della Città, oltre ad essere sede di uffici dell'amministrazione cittadina.  Nell'antica Gran Sala gotico-catalana si svolgono periodicamente le sedute del Consiglio Comunale.







































































































































































































 

Castel Capuano

Nella parte antica del quartiere Vicaria, emerge l'imponente mole di Castel Capuano, sede dall'età vicereale di organi giudiziari, tra i quali il Tribunale della Vicaria con le annesse carceri. Il castello fu fatto costruire da Guglielmo I il Malo intorno al 1165, su progetto dell'architetto e scultore Buono, di cui non esistono altre notizie certe e fu una delle prime opere compiute dai normanni dopo la conquista del Ducato.

La fortezza sorse al limite della pianura a occidente della città – campus neapolis – nei pressi della via che portava a Nola e dei territori nei quali durante il Ducato, si era profilata la continua minaccia longobarda. Costruito allo sbocco del decumanus maximus del tracciato ortogonale dell'antica Neapolis, Castel Capuano sostituì una fortellezza bizantina collocata a cavallo delle mura a difesa di porta Capuana e divenne sede della massima autorità amministrativa dello Stato. I normanni con la costruzione di Castel Capuano e Castel dell'Ovo posero il controllo nei punti nevralgici di Napoli: l'entroterra e il mare. Sotto Guglielmo il Buono (1166-1189) il castello oltre ad essere un valido presidio militare, assunse anche carattere residenziale. Successivamente Federico II, affidò a Giovanni Pisano il compito di ampliarlo per adibirlo a sua dimora, ma con la venuta degli angioini il castello restaurato ed ingrandito divenne residenza dei sovrani.Secondo il Vasari a quest'epoca risalirebbe la costruzione delle torri, probabilmente quelle riprodotte nella tavola Strozzi (1540), oltre al restauro delle mura e l'abbellimento degli interni, ma sono notizie incerte. Negli anni compresi tra la morte di Carlo I (1285) e l'avvento al trono di suo figlio (1289) si effettuarono importanti lavori nel castello, sotto la direzione dell'architetto francese Pierre de Chaule: oltre le riparazioni della fortezza, che riguardarono il ponte d'ingresso e gli appartamenti interni, fu disposta - «secus via publicam»- la costruzione di una grande scuderia. Durante il regno di Giovanna I si diede particolare importanza alla sistemazione del suolo; all'esterno del castello, nel vasto acquitrino, venne effettuata una sistemazione idraulica con scoline e fossati che conferirono al paesaggio una singolare fisionomia. Con l'avvento della dinastia aragonese, ormai racchiuso nella nuova cinta muraria, il castello perse del tutto il carattere militare per trasformarsi in residenza dei sovrani, teatro di sontuosi banchetti e feste. Fu con il Viceregno spagnolo che le funzioni del castello mutarono nuovamente: infatti il viceré Pedro de Toledo ne fece sede dei Tribunali della città, funzione che ancora oggi in parte conserva. Nel corso del '500 la fortezza fu completamente trasformata dall'architetto Ferdinando Manlio e rimodernata all'interno per accogliere le corti di giustizia e la Real Camera della Sommaria, mentre i sotterranei venivano adibiti a prigioni. In questa occasione furono abbattute le torri e le logge, rimaneggiati gli interni e colmato il fossato conferendo al complesso l'aspetto di costruzione civile; altri lavori di adattamento degli interni seguono tra il 1543-45. La lapide marmorea posto sotto l'aquila bifronte di Carlo V ricorda il trasferimento dei tribunali nel 1540. Nel ‘700, ai tempi della congiura dei Macchia, il castello fu occupato dal popolo ed in parte deteriorato; Carlo di Borbone lo fece in seguito nuovamente restaurare e rimodernare. Nel periodo borbonico l'edificio fu abbellito con affreschi del Natoli e la Real Camera della Sommaria fu interamente affrescata. Durante alcuni scavi eseguiti presso le fondamenta del castello, sono stati rinvenuti frammenti di iscrizioni lapidee e delle tombe con oggetti di epoca romana.

Nel XIX sec. Castel Capuano fu completamente restaurato sotto la direzione dell'architetto Giovanni Riegler. I lavori iniziati nel 1858 comportarono il consolidamento dell'intero edificio ed il rinnovamento della facciata principale trasformando i balconi in finestre, eliminando le arcate del pianterreno ed elevando la torre dov'era l'antica campana; sulla torre fu posto l'orologio e, nel 1861, la croce sabauda sostituì lo stemma dei Borbone. Riegler riportò tutte le finestre allo stesso stile, diede più luce alle celle delle carceri ampliando i vani finestra e decorò il tetto con un bel cornicione che restituiva un carattere “antico”

Per quanto riguarda l'interno, il porticato del cortile fu esteso su tutti e quattro i lati e fu effettuato un restauro di tipo statico degli ambienti; in quest'occasione furono distrutte gran parte delle antiche decorazioni. Nel 1858 venne affidato a Ignazio Perricci in collaborazione con il figurista Biagio Molinaro il restauro dell'ex Camera della Sommaria oggi sala della Corte d'Appello, dove si conservano tutt'ora affreschi settecenteschi. L'artista pugliese ristrutturò la copertura e completò le decorazioni della volta con allegorie della Giustizia. I lavori della sala attigua, la sala del trono, furono limitati all'esecuzione degli ornati della volta. Successivamente i progetti di ristrutturazione e di adattamento del castello furono ripresi nel 1890 ed affidati ad un Comitato tecnico formato dagli architetti Achille Sannita, Alessandro Bottassi e Federico Travaglino. I lavori eseguiti da Alessandro Bottassi sotto la supervisione di Ferdinando Savino, capo dell'Ufficio tecnico del Tribunale, furono parzialmente realizzati fino al 1894 e continuati negli anni successivi sotto il controllo del Genio Civile.   

A cura della Dott.ssa Laura Genovese




































































 

Murazione aragonese

La murazione aragonese di Napoli fu iniziata nel giugno 1484, sotto il regno di Ferrante. Considerata una delle massime espressioni dell'architettura difensiva quattrocentesca, la murazione scaturiva dall'esigenza di rafforzare le protezioni della Capitale, soprattutto all'indomani della presa di Otranto nel 1480 da parte ottomana. Essa andava a sostituire l'obsoleta cortina angioina, con una struttura più rispondente alle nuove esigenze difensive, derivanti dall'introduzione delle artiglierie. La nuova struttura partiva dal castello angioino dello Sperone, di cui oggi è ancora riconoscibile la torre Brava, unico elemento superstite riferibile a tale fortificazione, con la Torre Spinella.

La prima torre dell’impianto difensivo prende il nome dal nobile napoletano Francesco Spinello,  appartenente al seggio di Nido, che fu incaricato dal re Ferrante di sovrintendere alla costruzione delle mura. Lo Spinello, a seguito del suo coinvolgimento nella rivolta dei Baroni scoppiata nel settembre del 1485 sarebbe stato arrestato e quindi decaduto dall’incarico. Lo sviluppo della nuova fortificazione, a delimitazione del lato orientale della Capitale, fu di circa due chilometri e comprese venti poderosi torrioni di forma cilindrica e scarpati alla base.   

   Lo spessore dei tratti di cortina colleganti i suddetti torrioni arrivava in alcuni casi anche a 7 metri, ed era costituito da blocchi di tufo giallo. Il lato rivolto verso la campagna era rivestito in blocchi di piperno grigio, ad elevata resistenza. Ciascuna torre era completamente piena, in modo da poter offrire la massima resistenza passiva al tiro delle bombarde d'assedio. Il dislivello tra il primo torrione, ubicato su via Marina, e quello del Salvatore, alla fine di via Cesare Rossarol, è pari a 28 metri.

Tale differenziazione altimetrica, creò non pochi problemi di collegamento tra i singoli elementi della struttura. I singoli manufatti si presentano dimensionalmente variabili, soprattutto per quanto concerne il diametro. In particolare quest'ultimo risulta funzione dell'angolo esposto: il diametro cresceva quanto più la torre sporgeva all'esterno dell'angolo costituito dalle cortine convergenti. Le artiglierie difensive erano concentrate esclusivamente sul livello di copertura. La murazione sul lato orientale della città di Napoli assume un preciso riferimento storico – urbanistico inquadrabile in una visione ampia ed unitaria di riordino di un tessuto edilizio antichissimo pervenuto agli aragonesi e che peraltro scaturisce anche dalla diretta necessità di includere nel nuovo tracciato quanto lasciato fuori dalla precedente murazione angioina. La distanza non costante tra i singoli capisaldi difensivi non è ascrivibile a motivazioni di carattere strategico o strettamente militare. La concentrazione di un consistente numero di torri nell'area della dimora reale della Duchesca evidenzia piuttosto un esigenza di protezione politica. Anche la discontinuità della murazione nel tratto settentrionale, in contrapposizione con la linearità del tratto precedente, deriva in buona misura dal prevalere di interessi privati sulle esigenze difensive. Tecnicamente l'opera architettonica si inquadra nella fase dell'architettura militare di transizione, ossia della produzione di manufatti difensivi realizzati a partire dalla seconda metà del XV secolo per fronteggiare gli incalzanti progressi delle artiglierie. Queste, introdotte sui campi di battaglia già nel corso del XIV secolo, avevano reso progressivamente obsolete le strutture difensive medievali, caratterizzate da insufficienti spessori murari nei confronti dei pur rudimentali proiettili in pietra, oltre che dall'eccessivo sviluppo verticale delle torri e delle cortine stesse. Si sviluppò quindi una corrente di progettazione, facente capo prevalentemente al noto architetto senese Francesco di Giorgio Martini, che produsse una serie di soluzioni tecniche che determinarono un sostanziale cambiamento delle architetture militari: le alte torri furono sostituite da robusti torrioni cilindri di ridotta altezza, di elevato diametro e con grossi spessori di muratura. Il contenimento dello sviluppo verticale venne accompagnato da una maggiore profondità dei fossati che circondavano la fortificazione, allo scopo di nascondere il più possibile le strutture alla vista dell'attaccante, defilandole al tiro delle artiglierie d'assedio. La fragile merlatura di coronamento venne sostituita da altra di adeguato spessore ed anche le cortine murarie di collegamento tra i vari capisaldi mutarono di aspetto, ribassandosi in altezza ed aumentando considerevolmente in profondità. Dotate di postazioni difensive per le artiglierie sia in copertura che a livelli inferiori in casamatta per l'applicazione del principio del tiro radente che sostituiva definitivamente quello antichissimo piombante, già elemento cardine delle concezioni difensive medievali, sia le torri che le cortine realizzate in questo periodo vennero dotate di una vistosa scarpatura, ovvero di una superficie inclinata verso l'esterno che garantiva maggiore stabilità alle strutture destinare a sopportare il peso e le sollecitazioni delle artiglierie allontanando contemporaneamente la minaccia delle mine.

Nel corso del XVI secolo, in epoca vicereale spagnola, la murazione sul lato orientale sopravvisse intatta al rinnovamento prodottosi sotto Pedro di Toledo, che portò alla realizzazione di una moderna cinta bastionata a delimitazione della città. Contrariamente alla totale demolizione subita da quest'ultima a partire dalla metà del XVIII secolo, la murazione orientale resistette sostanzialmente integra fino al periodo post-unitario subendo poi una parziale demolizione durante le opere di risanamento. Di un complesso di 21 poderosi torrioni cilindrici e di due chilometri di murazione oggi sopravvivono 14 torri e vari tratti, alcuni consistenti, di cortine murarie, il tutto aggredito direttamente, con la sola eccezione di porta Capuana, da un edilizia abitativa di pessima qualità ed assolutamente fatiscente.

















































 
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