Racconti castellani - Istituto Italiano dei Castelli - Sezione Campania

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Racconti castellani

  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: l'antipapa Clemente VII

 È il 9 agosto 1378 quando undici cardinali francesi ed uno  spagnolo si riuniscono nel castello di Fondi per contestare
 l'elezione del pontefice  Urbano VI. Bertrando Montauro, arcivescovo di Napoli, napoletano di Sedil Capuano, aveva  rivelato, infatti, una natura poco diplomatica e  assai ostile nei confronti dei prelati e della Regina Giovanna I: decisero  quindi di eleggere antipapa, creando il Grande Scisma d'Occidente  che sarebbe durato quarant'anni, lo svizzero Roberto di Ginevra, con il nome di Clemente VII. La regina Giovanna, proprio nella città di Urbano VI e dopo mesi di riflessioni politiche   teologiche, decide di sostenere  il Papa scismatico e lo accoglie a Castel dell'Ovo, ricevendolo sotto l'Arco Magno che sorregge tutto il castello -attualmente visibile all'interno della Sala Italia.

Narrano i "diurnali" dell'epoca che la regina  aveva fatto costruire un lungo ponte in mare che consentì al Papa, ed al suo seguito, di giungere direttamente dalle loro galere all'Arco del Castello, splendidamente ornato di drappi e stendardi e sotto il quale lo attendeva l'intera corte napoletana. Seduto sul trono, ben visibile a tutti, Clemente VII ricevette il bacio sul piede da parte della Regina, del suo quarto marito                              Ottone di Brunswick e degli altri membri della famiglia reale, fra i quali Roberto d'Artois, la consorte Giovanna, duchessa di Durazzo, e Margherita di Durazzo (che sarebbe diventata, di lì a poco, sovrana di Napoli).

 Per giorni la delegazione dell'antipapa fu ospite presso il Castello, dove si tennero sontuosi banchetti e ricevimenti in suo onore, mentre il popolo insorgeva contro "lo Papa de Carnevale": è con questa scelta che la grande regina, dopo 39 anni di regno, segna la sua fine, offrendo un alibi al cugino Carlo di Durazzo per farsi nominare re dal papa Urbano VI.

(Scheda di A. Fresca, Foto tratte dal Quaderno dell'IIC sul Castel dell'Ovo)



  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: Federico II di Svevia

 Sotto la sua sovranità confluirono il Regno di Sicilia, che comprendeva tutto il Sud Italia, grazie a sua madre Costanza  d'Altavilla  ultima discendente dei Normanni, e i possedimenti del Sacro Romano Impero Germanico ereditato dal  padre, l'imperatore Enrico VI  Hohenstaufen. Pur mantenendo la  capitale a Palermo, Federico II viaggiava spesso con la  sua corte, alloggiando nei numerosi  castelli che costellavano il territorio, per i quali creò un   sistema di manutenzione e  gestione. Per i lavori di consolidamento e di abbellimento del Castello, incaricò Niccolò Pisano, che si stava occupando anche di  Castel  Capuano: lo scultore-architetto si era probabilmente formato alla raffinata scuola dei maestri lapicidi pugliesi, ed  è ricordato nella  Storia dell'Arte per  la mirabile esecuzione del pulpito del battistero della cattedrale di Pisa, da cui il soprannome, oltre che per  quello del Duomo di Siena. All'epoca, il Castel dell'Ovo doveva avere almeno quattro torri: la torre Normandia -unica  superstite- a Sud, la Torre di Colleville a Nord, quella "di Mezzo" sul versante orientale e quella Maestra ad Ovest. Nel 1218 convocò a Castel dell'Ovo il Parlamento Generale,  con l'intervento dei Baroni, dei feudatari e dei pretori della città di Napoli. Fu in tale importante seduta che stabilì il sistema fiscale del Regno, basato sulle reali possibilità di ciascun cittadino. Quando nel 1222 fu Incoronato imperatore dal Papa Onorio III a Roma, tornò subito a Napoli per le opere di fortificazione del Castello dove  custodiva, come i suoi predecessori ed i suoi successori, il tesoro regio,  forse nella sala ipostila.
 Nel 1237 l'imperatore ordinò che vi fossero predisposti gli  appartamenti dell'imperatrice, che all'epoca era la sua sesta moglie, Elisabetta d'Inghilterra.    Ma non poteva immaginare, lo "Stupor Mundi", che proprio in questo castello sarebbero stati imprigionati i suoi discendenti. E a Napoli si conserva ancora il suo sigillo in cera presso l'Archivio di Stato, riprodotto nel logo dell'università Federico II da lui fondata il 5 giugno 1224, prima università laica d'Italia.

(Scheda e foto di A. Fresca)


  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: Lucrezia Coppola d'Alagno

 Di nobile famiglia di origine amalfitana, trasferitasi Napoli in epoca angioina, la giovane risiedeva con i genitori Nicola e Covella  Toraldo, ed i suoi 6 fratelli, nello splendido Palazzo Como, nella zona della Sellaria. Era la vigilia del giorno di San Giovanni del  1447 o  forse del 1448, quando la diciottenne, seguendo la tradizione delle nubili napoletane    dell'epoca, si avvicinò a re Alfonso,  che usciva dal  Castelnuovo. Come  prescriveva la tradizione, richiese un'offerta per far germogliare i semi   d'orzo contenuti  nel vaso che recava in mano, ed il maturo re cinquantaquattrenne le donò un intero sacchetto di monete con la sua effigie:   lei, prendendo una moneta, gli rispose che le bastava un solo seme

Enea Silvio Piccolomini, futuro Papa Pio II, racconta l'assoluta dedizione del sovrano Aragonese alla giovane Napoletana, e descrive la visita di Lucrezia al Papa Callisto III, da questi ricevuta come una sovrana per ben due ore, probabilmente per chiedergli di sciogliere il vincolo  matrimoniale  di Alfonso e consentirle di sposarlo. Ma non vi riuscì. Alfonso, e fu quell'attimo a cambiare la loro vita. Fu per lei, Regina senza corona, che il Alfonso non fece mai  più ritorno nei suoi possedimenti iberici e non rivide mai più la consorte, la regina Maria di Castiglia. A Torre Ottavia (Torre del Greco), nei possedimenti di lei, a Capua, a Pozzuoli, nel castello di Baia e in quello di Ischia, che le aveva donato, condivise con la giovane aristocratica l'ultimo decennio della sua vita, con grandi benefici sociali e patrimoniali per i sei fratelli di lei, oltre alla nomina ad arcivescovo di Napoli per il cugino Rinaldo Piscicello. Per lei Alfonso fece abbattere, con grandi proteste, il seggio del Popolo, che ostacolava la visuale da palazzo Como. A Castel dell'Ovo il Magnanimo organizzò per lei banchetti e feste, trascorrendo nel palazzo e nei meravigliosi nuovi loggiati affacciati                sul mare, realizzati dagli architetti aragonesi, le ore più felici della sua vita.

 Ma quando, proprio in questo castello, il re cessò di vivere nel 1458, Lucrezia restò isolata, mal vista dall'erede Ferrante e dalla nuova  regina,                   e preferì auto esiliarsi per il resto della sua vita, morendo a Roma vent'anni dopo.
(Scheda e foto di A. Fresca)


  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: Lucio Licinio Lucullo

 Politico, intellettuale, console e generale della Roma tardo-repubblicana, stupì i suoi contemporanei per la grande impresa  compiuta in  Armenia, dove, succedendo a Silla al comando di 11.000 uomini, sconfisse l'esercito di Mitridate che ne aveva  250.000. Tornato in patria  con un bottino da 50 milioni di sesterzi, e avversato dai sostenitori di Pompeo, dopo alterne  vicende politiche si ritirò  vita privata.


 Fra i primi aristocratici romani a scegliere i promontori delle coste campane come luogo di delizie -fra gli altri, Caio Giulio  Cesare a  Baia, Publio Vedio Pollione a si trasferì nella grande proprietà che includeva il    promontorio di Monte Echia             e l'isolotto di Megaride. Qui, sui resti  dell'antica Palepolis,  creò un'immensa villa d'ozio, che nei secoli successivi fu                                                            fortificata e denominata Castrum Lucullanum.    Vi volle residenze, orti, terrazzamenti, alberi di pesco di ciliegio,                          importati per la prima volta in Italia dai territori orientali, allevamenti di pesci prelibati e di specie avicole rare, il tutto affacciato  sul mare.

 

E suscitò scalpore la sua decisione di creare una cesura nel tufo dell'altura, che verosimilmente era quella del canalone che separava le  pendici della  collina del Vomero da Monte Echia: in altre parole, l'allargamento dell'attuale via Chiaia. Questo costosissimo intervento  ingegneristico forse gli          consentì di far affluire le acque marine, per i suoi allevamenti di pesci, nelle grotte di tufo dove adesso ha sede il cinema Metropolitan.

 

Ma è il trattamento esclusivo che offriva agli ospiti più illustri, come Cicerone e Pompeo, ad averlo reso universalmente celebre: a  certe personalità    erano riservati convivi e prelibatezze ispirati ai fasti orientali, di cui potevano godere "in Apollo", cioè in una splendida sala, dedicata al dio  della         bellezza per antonomasia. E le ultime vestigia della villa di Lucullo, vir excellens, sono ancora al Castel dell'Ovo: ad essa appartenevano le colonne della Chiesa del Salvatore, e, presumibilmente, quelle della Sala delle Colonne.

(Scheda e foto di A. Fresca)


  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: Maria d'Enghien

 La prima volta che si incontrarono lo accolse da guerriera, in armatura, alle porte della città: lui le pose sul cimiero una  corona ornata   di  gemme e lei, principessa di Taranto e contessa di Lecce, gli consegnò un  catino d’oro con le chiavi  della città. Maria d’Enghien aveva  accettato di diventare la terza moglie del re Ladislao di Durazzo quando questi aveva cinto Taranto d’assedio. Già madre di quattro figli e vedova di Raimondo del Balzo Orsini,  non si era curata della cattiva sorte toccata alle prime due mogli del re: Costanza di Chiaromonte ripudiata, Maria di Cipro morta in circostanze misteriose. Quando un suo fedelissimo le fece notare che sarebbe stato molto   rischioso mettersi nelle mani di Ladislao, ella rispose “nun me ne curo, ché se moro, moro regina”. Ma il re non la trattò mai da sovrana, e nella reggia di Castelnuovo lasciava alloggiare anche due delle sue amanti,  la Contessella e Margherita di Marzano, mentre la favorita,      Maria Guindazzo, sembra che risiedesse a Castel dell’Ovo. E fu qui che, dopo la morte di Ladislao nel 1414, la sorella di lui Giovanna II, si preoccupò di far recludere Maria d’Enghien per escluderla dal trono. Ma questa sopravvisse anche a Giovanna e, tornata nei suoi feudi, poté assistere all’ascesa dei suoi discendenti: suo figlio, il Principe di Taranto Giovanni  Antonio del Balzo Orsini, fu Gran Connestabile del Regno di Napoli per volere del nuovo re Alfonso D’Aragona, mentre sua nipote Isabella di Chiaromonte, figlia di sua figlia Caterina, andò in sposa a Ferrante, divenendo a sua volta sovrana e madre di re.

(Scheda e foto di A. Fresca)



  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: S. Patrizia

 Arrivò dal mare, come la sirena Partenope, o forse come la principessa calcidese omonima di quest'ultima, o come altre sante,  come  Restituta o Marta,  giunte sulle sponde del Mediterraneo occidentale su piccole imbarcazioni dalle coste africane o  vicinorientali. Riproponendo in chiave bizantina le  vicende dell'antica figura mitologica, la principessa Patrizia approda a causa di una tempesta  sull'isolotto di Megaride e vi resta, ma con un ruolo completamente nuovo, non  più insidiosa tentatrice legata al mondo degli inferi, ma cristiana e caritatevole benefattrice. Discendente dall'imperatore Costantino e nata a  Costantinopoli nel VII secolo, giunge a Napoli dopo aver ottenuto l'autorizzazione del Papa a fondare un ordine monastico, contravvenendo alla  volontà della sua famiglia aristocratica e donando le sue ricchezze ai    bisognosi. E sarebbe sbarcata proprio qui, ai piedi dell'antico Castrum  Lucullanum dove  già i padri Basiliani, rifugiati dalla Pannonia, avevano creato un cenobio. In questi antri scavati nel tufo, ancora oggi denominati Romitori di Santa Patrizia, visse fino alla morte prematura, sopravvenuta a soli 21 anni: fu sepolta sulla collina di Caponapoli, nel monastero intitolato ai Santi Nicandro e Marciano, che da lei prese il nome di Monastero di Santa Patrizia, e che oggi ospita il Dipartimento e lo storico Museo di Anatomia Umana  dell'università Luigi Vanvitelli. Le spoglie della Santa furono poi traslate nel 1864 nella chiesa di San Gregorio Armeno, dove, ogni martedì ed il 25 agosto, avviene il prodigio della liquefazione del sangue, scaturito da un dente e raccolto in  un'ampolla molto tempo dopo la sua morte. La Santa è compatrona della città di Napoli dal 1625.                   

 

(Scheda e foto di A. Fresca)



  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: Tommaso Campanella

 Con l'avvento del viceregno spagnolo, il Castel dell'Ovo non  fu più dimora reale, ma un forte e luogo di prigionia.

 Nato a Stilo in Calabria il 5 settembre 1568, Giovan Domenico Campanella, poi frate domenicano Tommaso, fu  personalità eccelsa  dell'ultimo Rinascimento, dal sapere multiforme: filosofo, teologo, poeta, studioso della natura,          di magia e astrologia, per le sue idee fu perseguito sia dalle autorità laiche che da quelle ecclesiastiche. Imputato di sedizione ed  eresia, subì cinque    processi, per i quali fu sottoposto anche ad atroci torture e, infine, dichiarato folle. "...è chiaro che tutto il genere umano, non solo questo                        o quell'individuo, è tenuto a dedicarsi alle scienze. Infatti Dio creò l'uomo affinché lo conoscesse, e conoscendolo lo amasse, e amandolo ne godesse; per questa ragione l'uomo è stato creato razionale e dotato di sensi. Invece l'uomo, se è vero che la ragione è fatta per le scienze, qualora non utilizzasse questo dono di Dio secondo il progetto divino, agirebbe contro l'ordine naturale di Dio – come suole notare Crisostomo – quasi non volesse usare i piedi per camminare.“ 
Dei ventisette anni totali di detenzione nei castelli di\n Napoli, nel corso dei quali non smise mai di scrivere, per sei anni, dal 1608 al 1614, fu rinchiuso a Castel dell'Ovo. Durante la sua prigionia, fra le altre opere, scrisse nel  1616 la sua coraggiosa "Apologia di Galileo":

Graziato per intercessione del Papa Urbano VIII, di cui\n divenne consigliere per cinque anni, morì poi a Parigi, protetto da Luigi XIII   e dal                 Cardinale Richelieu, il 21 maggio del 1639.
 

Nelle foto,  le cosiddette Carceri della Regina Giovanna.

(Scheda e foto di A. Fresca)



  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: Vittoria Colonna

 "Donna fra tutte le altre elettissima di religione, di  bellezza, di lettere e di nobiltà" (Giovio)

 "Donna saggia, leggiadra, anzi divina" (Gambara)

  "Onore del suo sesso e del nostro secolo" (Bembo)

Era il 27 dicembre 1509 quando Vittoria Colonna e Fernando Francesco D'Avalos si sposarono nella cattedrale dell'Assunta, nel comprensorio del castello di Ischia. Discendenti da due grandi famiglie da sempre fedeli alla corona spagnola, erano stati promessi sin da bambini per volere di                Ferrante II d'Aragona. Il suo successore Federico I, ultimo re Aragonese di Napoli, aveva lasciato a Costanza D'Avalos, principessa di Francavilla, il    comando del castello di Ischia, ultimo  baluardo di resistenza alla conquista francese.

Sconvolta dal dolore, dispose il trasferimento delle sue spoglie nella chiesa di San Domenico Maggiore, nel luogo dove riposano tuttora i più alti dignitari della Corte Aragonese. Forse fu l'imperatore a donare alla  famiglia d'Avalos, per esprimere la sua gratitudine, i sette magnifici arazzi              fiamminghi con le scene della battaglia di Pavia, straordinarie testimonianze storiche che si possono ammirare ancora oggi al Museo di Capodimonte. Principessa guerriera, raffinata letterata, Costanza D'Avalos educò insieme i due fanciulli: Ferrante, figlio del fratello defunto Alfonso, e nato proprio in quel castello, e Vittoria. Figlia del grande condottiero Fabrizio Colonna, il suo destino era chiaro: figlia di un condottiero, amico fidato del re aragonese, sorella di un futuro condottiero, Ascanio Colonna, sposa di un condottiero. Una nobildonna del suo lignaggio  doveva restare comprimaria, in attesa del marito. Ma la sua storia prese una  piega diversa. Dopo la battaglia cruciale di Pavia nel 1525, la    straordinaria battaglia che determinò la vittoria definitiva della Spagna sui Francesi in cui fu fatto prigioniero persino Francesco I, Ferrante si ammalò così gravemente di tisi da morirne di lì a poco, a Milano. Vittoria, legatissima al marito, non riuscì a raggiungerlo in tempo e apprese della notizia quando era ancora solo a Viterbo. 

Sola e priva di discendenza, a trentacinque anni Vittoria vide cambiare la sua esistenza, esprimendo la vena poetica alla quale fino a   quel momento  non aveva dato ascolto, perché il dolore trovava uno sbocco naturale nella composizione dei sonetti petrarcheschi che l'avrebbero resa celebre:

"Dal vivo fonte del mio pianto eterno

con maggior vena largo rivo insorge

quando lieta stagion d'intorno scorge l'alma,

 che dentro ha un lacrimoso verno;

quando più luminoso il ciel discerno

ricca la terra, e adorno il mondo porge

le sue vaghezze, il cor miser s'accorge che 'l bel di fuor raddoppia il duol interno."

Ammirata dai più grandi letterati dell'epoca fra cui Jacopo Sannazaro, Paolo Giovio, Bernardo Tasso, Baldassarre Castiglione, Pietro Bembo,                Galeazzo di Tarsi, Pietro Aretino, Ludovico Ariosto, mise a frutto gli insegnamenti che Costanza D'Avalos le aveva trasmesso. Donna rinascimentale a tutto tondo, impegnata costantemente in questioni politiche che riguardavano la sua famiglia e i rapporti con il papato, perorando con convinzione e coraggio una riforma della chiesa –e rischiando l'accusa di eresia-, viaggiando spesso divisa fra impegni sociali e familiari, ritiri spirituali in convento e l'amministrazione dei vari feudi ereditati dal marito. Poi, dopo il 1536, incontrò Michelangelo ("Unico  maestro Michelangelo et mio singularissimo amico"), con il quale nacque un rapporto specialissimo di riflessioni su fede e filosofia, scambi di composizioni poetiche e disquisizioni sull'arte, forse amore platonico, ma sicuramente un rapporto di rara intesa. 

E forse dobbiamo ravvisare un suo ritratto -oltre a quelli che le fecero il Pontorno, il Veronese e Sebastiano del Piombo-, fra le figure dei beati che Michelangelo dipinse nel suo sublime Giudizio Universale della  Cappella Sistina.

(Scheda e foto di A. Fresca)



  Personaggi straordinari al Castel dell'Ovo: la processione di S. Lucia

 Nel luogo dove fu celebrata, probabilmente dai primi coloni Rodii, la sirena Partenope e, in epoca del ducato bizantino,  Santa Patrizia, nei secoli scorsi avveniva una festa in onore della santa siracusana Lucia, anch'ella proveniente dal mare,  vergine e martire.  Venerata dai monaci superstiti del Castrum Lucullanum nella chiesa omonima un tempo affacciata  sul mare, alla santa era dedicata una processione: il suo busto argenteo -oggi custodito nel duomo di Napoli- il 13  dicembre, il  giorno ritenuto dalla tradizione popolare quello con il minor numero di ore di luce dell'anno, era portato  sulle terrazze  sommitali del  castello, da lì fatto affacciare sul golfo, come a benedire la città.

 Il percorso proseguiva salendo sul Monte Echia, il promontorio vulcanico sede dell'antica Palepolis, per poi essere  esposto nella  chiesa. La processione, così come la festa odierna, era caratterizzata dall'esplosione di fuochi d'artificio  dedicati alla divinità  portatrice di  luce, probabile reinterpretazione delle antiche lampadodromie, le gare di corsa dei  portatori di fiaccole in onore della  sirena Partenope, incentivate nel V secolo a.C., quando fu fondata Neapolis  verosimilmente ad opera degli stessi siracusani, che  erano stati alleati dei cumani contro gli etruschi nella  battaglia cruciale del 474 a.C..  

 La Santa siracusana, che nella sua città di origine si era forse sovrapposta alla figura dell'Artemide portatrice di luce, qui sull'isolotto di Megaride e sull'altura dell'antica Palepoli,  ricalca il ruolo della mitica fondatrice della città e incamera nel culto cristiano-bizantino usanze e miti pagani.

(Scheda e foto di A. Fresca)

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